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Scuola Caravaggesca (XVII) - Sant'Agata - NO RESERVE
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Scuola Caravaggesca (XVII) - Sant'Agata - NO RESERVE

SCUOLA CARAVAGGESCO (XVII) (Attivo a Firenze, Roma e Napoli nel '600) Sant’Agata Olio su tela, cm. 100 x 74 NOTE: Pubblicazione catalogo opere della collezione Intermidiart. Certificato di Lecita Provenienza. Opera senza cornice: Il dipinto, inedito, raffigura la figura di Sant’Agata, che emerge da uno sfondo neutro e scuro. È rappresentata a tre quarti, con lo sguardo rivolto verso l’alto, mentre tiene entrambe le mani sul petto, nel punto in cui è già avvenuto il martirio violento dello strappo delle mammelle con le tenaglie. Sant’Agata è stata una delle martiri più venerate del cristianesimo antico. Fu messa a morte a Catania durante la persecuzione dei cristiani voluta dall’imperatore Decio (249-251), per non aver mai rinnegato la sua fede. Secondo la Legenda Aurea (1288) del beato Iacopo da Varagine, Agata consacrò la sua verginità a Dio. Era di famiglia ricca e nobile e rifiutò le proposte del prefetto romano Quinziano, il quale, per punirla, la affidò a una tenutaria di un bordello. Tuttavia, anche questa, trovandola determinata e incorruttibile, rinunciò all’incarico. Quinziano allora, dopo inutili minacce e pressioni, la fece imprigionare, principalmente a causa della sua fede cristiana. Tra le torture subite ci fu il taglio dei seni con delle pinze. Dopo altri drammatici confronti con Quinziano – descritti nella Passio attraverso intensi dialoghi che testimoniano la sua forza e devozione – Agata fu condannata al rogo. Ma un terremoto interruppe l’esecuzione, salvandola. Riportata in prigione, le apparve San Pietro, che la guarì dalle ferite. Morì poco dopo, nel carcere, “nell’anno del Signore 253, al tempo dell’imperatore Decio”, come riporta la Legenda Aurea. Nell’opera si notano toni vivi all’interno della composizione, semplificata nello spazio. Alcune parti risultano armoniose – come il viso e i capelli – mentre altre mostrano una certa insicurezza e rigidità. Da notare anche le dita delle mani, particolarmente caratteristiche del personaggio, prive di articolazioni e dalla forma affusolata, così come l’aspetto leggermente cereo delle carni. Nella semplicità della composizione emergono con evidenza la raffinatezza e la qualità di un buon maestro in alcuni passaggi, nonostante l’esecuzione del dipinto sembri compromessa da disturbi dovuti a vecchi restauri o a interventi maldestri e rozzi. La scena è pervasa da una luce soffusa, quasi soprannaturale, la cui sorgente non risulta del tutto chiara. All’interno di questa rilettura delle nuove realtà pittoriche prende forma il suo modo di elaborare le coordinate di uno spazio i cui limiti restano indefinibili, immersi nella percettività di un fondo scuro da cui emerge la protagonista. Quest’ultima si inserisce in una narrazione esplicita attraverso la gestualità, gli sguardi, le positure, insieme alla capacità di definire le immagini nella dimensione unitaria di disegno e colore. Il dipinto manifesta una interessante forza espressiva di carattere caravaggesco. L'artista, quindi, si riconosce partecipe di quel naturalismo che caratterizza la scuola romana e meridionale, dove il linguaggio del Merisi evolve secondo filoni distinti. La tela presenta, infatti, caratteri di stile e scrittura di gusto caravaggesco e di artista a conoscenza delle opere della scuola napoletana del primo Seicento, facendo riferimento a diverse personalità anonime di cultura stanzionesco, acclamando come probabile attribuzione ad un valente pittore che soggiornò a Napoli nella metà del Seicento. Per intenderci, l’opera risente alle influenze caravaggesche della pittrice Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli, 1654 ca.), al tempo dell’attività condotta a Napoli, dipinta, con buone probabilità, da uno dei pittori della cerchia dell’artista imitandone le soluzioni di vigoroso naturalismo che dalla metà degli anni Trenta e Quaranta quest'ultimo aveva accresciuto a seguito di aperture verso aspetti di solare bellezza pittorica delle correnti “napoletana”. Artemisia si stabilì nella città di Napoli controllata dagli spagnoli nel 1630. Nonostante si lamentasse amaramente della città nelle sue lettere e cercasse insistentemente il patrocinio altrove, Artemisia trascorse venticinque anni a Napoli, più della metà della sua vita adulta. Fu invitata a Napoli dal viceré spagnolo Fernando Afán de Ribera, terzo duca di Alcalá (1583-1637), e Artemisia divenne presto parte della vivace vita culturale della città. Ebbe una forte influenza sulla pittura napoletana e fu coinvolta in una serie di progetti collaborativi con altri importanti pittori locali come Domenico Gargiulo, detto Micco Spadaro (1609/10-circa 1675) e Massimo Stanzione (1585-1656). Si pensa che altri siano transitati nella sua bottega; vale a dire Bernardo Cavallino (1616-1656?) e Onofrio Palumbo (o Palomba) (1606-prima del 1672), quest'ultimo specificamente nominato come collaboratore in fonti e documenti contemporanei (vedi L. Abetti, 'Appendice B', in Porzio, op. cit., 2022, pp. 110-111, nn. 17 e 21). La sua fama attirò visite al suo studio a Napoli da parte di stranieri di passaggio per la città; vale a dire Joachim von Sandrart dalla Germania e Bullen Reymes e Nicholas Lanier dall'Inghilterra. (S. Barker, 'The Muse of History', in L. Treves ed., Artemisia, catalogo della mostra, Londra, 2020, pp. 81, 88, nota 17). È molto probabile, alla luce delle attuali conoscenze, che la tela in esame per la sua qualità pittorica possa essere stato dipinto proprio da un artista vicino allo studio di Artemisia Gentileschi a Napoli, dove l'artista fondò una fiorente bottega negli anni '30 del Seicento, in cui presumibilmente si formò la sua unica figlia sopravvissuta, la figlia Prudenzia. Fu attraverso lo studio di Artemisia a Napoli che l'artista fu in grado di avvalersi di fruttuose collaborazioni con pittori locali e di diffondere il suo repertorio figurativo (vedi G. Porzio, 'Artemisia a Napoli. Novità, problemi, prospettive', in Artemisia Gentileschi a Napoli, catalogo della mostra, Napoli, 2022, pp. 27-49). L'attività di Artemisia a Napoli segna un momento storico particolarmente complesso nella sua carriera artistica e, la commercializzazione dell'attività della pittrice è una chiara dimostrazione delle sue capacità imprenditoriali e della sua astuta autopromozione: dopotutto, Artemisia era "l'unica donna a Napoli a capo di una fiorente bottega, la più celebrata della città, all'interno di un mondo artistico dominato dagli uomini". (R. Morselli, "Exhibitions", in Burlington Magazine, CLXV, marzo 2023, p. 319). In merito al suo stato conservativo, la tela si presenta in condizioni generali discrete considerando l'epoca del dipinto, la superficie pittorica mostra una vernice in patina. Si notano – a luce di Wood – alcuni restauri sparsi e svelatura con ossidazione della superficie pittorica. Sono presenti alcune piccole cadute di colore. Alla luce solare è ben visibile la craquelé, molto presente nelle opere del maestro francese. Il dipinto potrebbe aver subito in passato una rintelatura con la sostituzione del telaio. Le misure della tela sono cm. 100 x 74. Il dipinto viene ceduto senza cornice, nonostante risulta impreziosito da una bella cornice in legno. Provenienza: Coll. Privata Siciliana Pubblicazione:  Inedito;  I Miti e il Territorio nella Sicilia dalle mille culture. INEDITA QUADRERIA catalogo generale dei dipinti della collezione del ciclo “I Miti e il territorio”, Editore Lab_04, Marsala, 2025. Nel caso di vendita al di fuori del territorio italiano, l'acquirente dovrà attendere i tempi di evasione delle pratiche di esportazione.

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SCUOLA CARAVAGGESCO (XVII)
(Attivo a Firenze, Roma e Napoli nel '600)
Sant’Agata
Olio su tela, cm. 100 x 74


NOTE: Pubblicazione catalogo opere della collezione Intermidiart. Certificato di Lecita Provenienza. Opera senza cornice:

Il dipinto, inedito, raffigura la figura di Sant’Agata, che emerge da uno sfondo neutro e scuro. È rappresentata a tre quarti, con lo sguardo rivolto verso l’alto, mentre tiene entrambe le mani sul petto, nel punto in cui è già avvenuto il martirio violento dello strappo delle mammelle con le tenaglie. Sant’Agata è stata una delle martiri più venerate del cristianesimo antico. Fu messa a morte a Catania durante la persecuzione dei cristiani voluta dall’imperatore Decio (249-251), per non aver mai rinnegato la sua fede. Secondo la Legenda Aurea (1288) del beato Iacopo da Varagine, Agata consacrò la sua verginità a Dio. Era di famiglia ricca e nobile e rifiutò le proposte del prefetto romano Quinziano, il quale, per punirla, la affidò a una tenutaria di un bordello. Tuttavia, anche questa, trovandola determinata e incorruttibile, rinunciò all’incarico. Quinziano allora, dopo inutili minacce e pressioni, la fece imprigionare, principalmente a causa della sua fede cristiana. Tra le torture subite ci fu il taglio dei seni con delle pinze. Dopo altri drammatici confronti con Quinziano – descritti nella Passio attraverso intensi dialoghi che testimoniano la sua forza e devozione – Agata fu condannata al rogo. Ma un terremoto interruppe l’esecuzione, salvandola. Riportata in prigione, le apparve San Pietro, che la guarì dalle ferite. Morì poco dopo, nel carcere, “nell’anno del Signore 253, al tempo dell’imperatore Decio”, come riporta la Legenda Aurea.
Nell’opera si notano toni vivi all’interno della composizione, semplificata nello spazio. Alcune parti risultano armoniose – come il viso e i capelli – mentre altre mostrano una certa insicurezza e rigidità. Da notare anche le dita delle mani, particolarmente caratteristiche del personaggio, prive di articolazioni e dalla forma affusolata, così come l’aspetto leggermente cereo delle carni.
Nella semplicità della composizione emergono con evidenza la raffinatezza e la qualità di un buon maestro in alcuni passaggi, nonostante l’esecuzione del dipinto sembri compromessa da disturbi dovuti a vecchi restauri o a interventi maldestri e rozzi. La scena è pervasa da una luce soffusa, quasi soprannaturale, la cui sorgente non risulta del tutto chiara. All’interno di questa rilettura delle nuove realtà pittoriche prende forma il suo modo di elaborare le coordinate di uno spazio i cui limiti restano indefinibili, immersi nella percettività di un fondo scuro da cui emerge la protagonista. Quest’ultima si inserisce in una narrazione esplicita attraverso la gestualità, gli sguardi, le positure, insieme alla capacità di definire le immagini nella dimensione unitaria di disegno e colore.
Il dipinto manifesta una interessante forza espressiva di carattere caravaggesco. L'artista, quindi, si riconosce partecipe di quel naturalismo che caratterizza la scuola romana e meridionale, dove il linguaggio del Merisi evolve secondo filoni distinti. La tela presenta, infatti, caratteri di stile e scrittura di gusto caravaggesco e di artista a conoscenza delle opere della scuola napoletana del primo Seicento, facendo riferimento a diverse personalità anonime di cultura stanzionesco, acclamando come probabile attribuzione ad un valente pittore che soggiornò a Napoli nella metà del Seicento.
Per intenderci, l’opera risente alle influenze caravaggesche della pittrice Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli, 1654 ca.), al tempo dell’attività condotta a Napoli, dipinta, con buone probabilità, da uno dei pittori della cerchia dell’artista imitandone le soluzioni di vigoroso naturalismo che dalla metà degli anni Trenta e Quaranta quest'ultimo aveva accresciuto a seguito di aperture verso aspetti di solare bellezza pittorica delle correnti “napoletana”.
Artemisia si stabilì nella città di Napoli controllata dagli spagnoli nel 1630. Nonostante si lamentasse amaramente della città nelle sue lettere e cercasse insistentemente il patrocinio altrove, Artemisia trascorse venticinque anni a Napoli, più della metà della sua vita adulta. Fu invitata a Napoli dal viceré spagnolo Fernando Afán de Ribera, terzo duca di Alcalá (1583-1637), e Artemisia divenne presto parte della vivace vita culturale della città. Ebbe una forte influenza sulla pittura napoletana e fu coinvolta in una serie di progetti collaborativi con altri importanti pittori locali come Domenico Gargiulo, detto Micco Spadaro (1609/10-circa 1675) e Massimo Stanzione (1585-1656). Si pensa che altri siano transitati nella sua bottega; vale a dire Bernardo Cavallino (1616-1656?) e Onofrio Palumbo (o Palomba) (1606-prima del 1672), quest'ultimo specificamente nominato come collaboratore in fonti e documenti contemporanei (vedi L. Abetti, 'Appendice B', in Porzio, op. cit., 2022, pp. 110-111, nn. 17 e 21). La sua fama attirò visite al suo studio a Napoli da parte di stranieri di passaggio per la città; vale a dire Joachim von Sandrart dalla Germania e Bullen Reymes e Nicholas Lanier dall'Inghilterra. (S. Barker, 'The Muse of History', in L. Treves ed., Artemisia, catalogo della mostra, Londra, 2020, pp. 81, 88, nota 17).
È molto probabile, alla luce delle attuali conoscenze, che la tela in esame per la sua qualità pittorica possa essere stato dipinto proprio da un artista vicino allo studio di Artemisia Gentileschi a Napoli, dove l'artista fondò una fiorente bottega negli anni '30 del Seicento, in cui presumibilmente si formò la sua unica figlia sopravvissuta, la figlia Prudenzia. Fu attraverso lo studio di Artemisia a Napoli che l'artista fu in grado di avvalersi di fruttuose collaborazioni con pittori locali e di diffondere il suo repertorio figurativo (vedi G. Porzio, 'Artemisia a Napoli. Novità, problemi, prospettive', in Artemisia Gentileschi a Napoli, catalogo della mostra, Napoli, 2022, pp. 27-49). L'attività di Artemisia a Napoli segna un momento storico particolarmente complesso nella sua carriera artistica e, la commercializzazione dell'attività della pittrice è una chiara dimostrazione delle sue capacità imprenditoriali e della sua astuta autopromozione: dopotutto, Artemisia era "l'unica donna a Napoli a capo di una fiorente bottega, la più celebrata della città, all'interno di un mondo artistico dominato dagli uomini". (R. Morselli, "Exhibitions", in Burlington Magazine, CLXV, marzo 2023, p. 319).
In merito al suo stato conservativo, la tela si presenta in condizioni generali discrete considerando l'epoca del dipinto, la superficie pittorica mostra una vernice in patina. Si notano – a luce di Wood – alcuni restauri sparsi e svelatura con ossidazione della superficie pittorica. Sono presenti alcune piccole cadute di colore. Alla luce solare è ben visibile la craquelé, molto presente nelle opere del maestro francese. Il dipinto potrebbe aver subito in passato una rintelatura con la sostituzione del telaio. Le misure della tela sono cm. 100 x 74. Il dipinto viene ceduto senza cornice, nonostante risulta impreziosito da una bella cornice in legno.

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