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Castagna Maurizio 1961 - XL - L'ISOLA CHE VIVE NEL BENE
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Castagna Maurizio 1961 - XL - L'ISOLA CHE VIVE NEL BENE

Castagna Maurizio – Tecnica mista su tela – 2025 Ci sono artisti che non dipingono la realtà, ma la tensione che la attraversa. Maurizio Castagna — pittore italiano, formato all’Accademia Albertina di Torino e depositario di una solida esperienza figurativa prima della svolta astratta — è uno di questi rari interpreti del gesto come linguaggio primordiale. In quest’opera, presentata dal venditore come realizzata da Castagna Maurizio, affiora con forza quella grammatica materica che lo rende riconoscibile in ogni stagione della sua produzione: una superficie non semplicemente dipinta, ma scolpita in strati successivi di pigmenti, smalti, acrilici, tempera all’uovo e resine da lui stesso elaborate. La tela diventa così un campo di battaglia e di rivelazione, dove ciò che è stato nascosto sotto riemerge in filamenti, schegge, vibrazioni. La composizione, densa e animata, brulica di segni nervosi, raggi concentrici, esplosioni cromatiche che sembrano materializzare un’energia interiore incontrollabile. È la lezione dei maestri dell’Espressionismo Astratto — Pollock, Krasner, De Kooning, Rothko, Sam Francis — filtrata attraverso la sensibilità mediterranea e il percorso personale dell’artista, che ha conosciuto la disciplina del sacro (ritratti episcopali, committenze delle Curie di Asti, Catania e Caltanissetta) prima di approdare definitivamente alla libertà dell’inconscio. Come direbbe Sgarbi, qui il colore non è una scelta: è un’urgenza. I toni freddi — grigi, blu, verdi stratificati — costruiscono una base apparentemente pacata, presto infranta dall’irruzione dei neri e dei gialli, che fendono lo spazio come lampi improvvisi. È un’opera di opposizioni, di contrasti, di dialettica interna: ordine e caos, quiete e tensione, luce e ombra. Ma dietro questa “tempesta” visiva non c’è improvvisazione cieca. La gestualità è impulsiva, sì, ma non casuale. È quel “procedimento automatico” caro ai surrealisti, dove il caso è solo un tramite per un’intenzionalità più profonda. Come ha scritto Okwui Enwezor a proposito di Castagna: «La pittura di Castagna non rappresenta, non descrive, non interpreta: scarica una tensione che si è accumulata dentro…» E questa tela ne è la perfetta dimostrazione. Ogni segno è un rilascio, ogni macchia un brivido, ogni gesto un varco aperto sull’emozione che nasce mentre l’artista la compie. L’opera non è una scena, ma un luogo: un’isola interiore, un altrove che vive in ciascuno di noi quando facciamo del bene, quando volgiamo lo sguardo agli ultimi — uomini o animali — riconoscendo in loro una parte vulnerabile del nostro stesso essere. Il quadro, così interpretato, non rappresenta un paesaggio, ma una geografia morale. L’impianto è energico, vibrante, complesso. La texture è spessa, quasi scultorea, un marchio distintivo della tecnica dell’artista, e conferisce alla tela una fisicità che oltrepassa la visione, diventando esperienza tattile, corpo, materia vivente. Guardandola, si ha la sensazione che il dipinto non sia immobile: pulsa, respira, si espande, quasi volesse oltrepassare i margini della tela per farsi spazio nel mondo reale. In questo lavoro convivono – la libertà dell’automatismo surrealista, – la forza primordiale dell’Action Painting, – la profondità lirica del colore europeo, – e la sapienza tecnica di un pittore che ha attraversato il figurativo, il sacro e il restauro prima di giungere all’astratto. È una tela che non si contempla: si attraversa. Si entra, ci si perde, si riemerge diversi.

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Castagna Maurizio – Tecnica mista su tela – 2025
Ci sono artisti che non dipingono la realtà, ma la tensione che la attraversa. Maurizio Castagna — pittore italiano, formato all’Accademia Albertina di Torino e depositario di una solida esperienza figurativa prima della svolta astratta — è uno di questi rari interpreti del gesto come linguaggio primordiale.
In quest’opera, presentata dal venditore come realizzata da Castagna Maurizio, affiora con forza quella grammatica materica che lo rende riconoscibile in ogni stagione della sua produzione: una superficie non semplicemente dipinta, ma scolpita in strati successivi di pigmenti, smalti, acrilici, tempera all’uovo e resine da lui stesso elaborate. La tela diventa così un campo di battaglia e di rivelazione, dove ciò che è stato nascosto sotto riemerge in filamenti, schegge, vibrazioni.
La composizione, densa e animata, brulica di segni nervosi, raggi concentrici, esplosioni cromatiche che sembrano materializzare un’energia interiore incontrollabile. È la lezione dei maestri dell’Espressionismo Astratto — Pollock, Krasner, De Kooning, Rothko, Sam Francis — filtrata attraverso la sensibilità mediterranea e il percorso personale dell’artista, che ha conosciuto la disciplina del sacro (ritratti episcopali, committenze delle Curie di Asti, Catania e Caltanissetta) prima di approdare definitivamente alla libertà dell’inconscio.
Come direbbe Sgarbi, qui il colore non è una scelta: è un’urgenza.
I toni freddi — grigi, blu, verdi stratificati — costruiscono una base apparentemente pacata, presto infranta dall’irruzione dei neri e dei gialli, che fendono lo spazio come lampi improvvisi. È un’opera di opposizioni, di contrasti, di dialettica interna: ordine e caos, quiete e tensione, luce e ombra.
Ma dietro questa “tempesta” visiva non c’è improvvisazione cieca. La gestualità è impulsiva, sì, ma non casuale. È quel “procedimento automatico” caro ai surrealisti, dove il caso è solo un tramite per un’intenzionalità più profonda. Come ha scritto Okwui Enwezor a proposito di Castagna:
«La pittura di Castagna non rappresenta, non descrive, non interpreta: scarica una tensione che si è accumulata dentro…»
E questa tela ne è la perfetta dimostrazione.
Ogni segno è un rilascio, ogni macchia un brivido, ogni gesto un varco aperto sull’emozione che nasce mentre l’artista la compie.
L’opera non è una scena, ma un luogo: un’isola interiore, un altrove che vive in ciascuno di noi quando facciamo del bene, quando volgiamo lo sguardo agli ultimi — uomini o animali — riconoscendo in loro una parte vulnerabile del nostro stesso essere. Il quadro, così interpretato, non rappresenta un paesaggio, ma una geografia morale.
L’impianto è energico, vibrante, complesso. La texture è spessa, quasi scultorea, un marchio distintivo della tecnica dell’artista, e conferisce alla tela una fisicità che oltrepassa la visione, diventando esperienza tattile, corpo, materia vivente.
Guardandola, si ha la sensazione che il dipinto non sia immobile: pulsa, respira, si espande, quasi volesse oltrepassare i margini della tela per farsi spazio nel mondo reale.
In questo lavoro convivono
– la libertà dell’automatismo surrealista,
– la forza primordiale dell’Action Painting,
– la profondità lirica del colore europeo,
– e la sapienza tecnica di un pittore che ha attraversato il figurativo, il sacro e il restauro prima di giungere all’astratto.
È una tela che non si contempla: si attraversa.
Si entra, ci si perde, si riemerge diversi.

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