Gio Ponti, Venini, Carlo Mollino, Albini - Lo Stile. Numero speciale dedicato al vetro. - 1941

09
giorni
17
ore
17
minuti
21
secondi
Offerta attuale
€ 7
Nessun prezzo di riserva
32 persone stanno guardando questo oggetto
itOfferente 8144 7 €
gbOfferente 9703 6 €
itOfferente 8144 6 €

Tutela degli acquirenti Catawiki

Il tuo pagamento è al sicuro con noi finché non ricevi il tuo oggetto.Mostra dettagli

Trustpilot 4.4 | 123779 recensioni

Valutato Eccellente su Trustpilot.

Lo Stile. Numero speciale dedicato al vetro, 1° edizione del 1941, a cura di Gio Ponti con Venini, Carlo Mollino, Albini; 138 pagine, lingua italiana, brossura, formato 32 × 24 cm.

Riepilogo creato con l’aiuto dell’IA

Descrizione del venditore

Rivista originale. Lo Stile nella casa e nell'arredamento. Direttore Gio Ponti. N.5/6, 1941. Numero speciale dedicato al vetro. Gio Ponti: L'età del vetro; Un arredamento di Carlo Mollino; Mobili in vetro; Venini; Barovier & Toso; Seguso; Fontana; Scaglia; Il vetro alle Triennali; ecc. ecc. In buono stato generale - una mancanza e piccoli difetti al dorso - normali segni del tempo. In asta senza riserva. La rivista "Stile", fondata e diretta da Gio Ponti dal 1941 al 1947 per le edizioni Garzanti, fu un'importante pubblicazione che esplorò l'architettura, l'arredamento, le arti decorative e la pittura, promuovendo un'idea di modernità elegante e accessibile in un periodo storico difficile. Ponti descrisse la rivista come "di idee, di vita, d'avvenire, e soprattutto d'arte". L'obiettivo era indicare opere di architettura e arredamento, ma anche di disegni, pittura e scultura, con un focus sul concetto di "stile" come principio guida per la vita moderna. La pubblicazione fungeva da "diario ritrovato" del pensiero di Ponti in quegli anni, rivelando sfumature del suo percorso creativo in un momento di transizione, lontano dalla sua precedente esperienza con la rivista Domus. Architettura e Ricostruzione: Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale e del dopoguerra, la rivista si concentrò molto sul tema della ricostruzione e della casa del futuro, proponendo soluzioni abitative moderne, funzionali e leggere. Arti Decorative e Arredamento: Oltre all'architettura, Stile dava ampio spazio alle arti decorative e all'arredamento, promuovendo il design italiano e la collaborazione con aziende che sarebbero diventate sinonimo del Made in Italy. Approccio Eclettico: La rivista si distingueva per un approccio onnicomprensivo alle arti, abbracciando sia l'architettura che la pittura e la scultura, riflettendo la visione di Ponti di un'arte unificata e presente in ogni aspetto della vita.
Illustrazioni: I fascicoli erano riccamente illustrati con fotografie e tavole a colori, spesso con illustrazioni di artisti di fama come Sassu, per offrire un impatto visivo forte e ispiratore.
Promozione della Modernità: Ponti utilizzò la rivista come piattaforma per formare il gusto del pubblico e promuovere un'idea di modernità aperta, elegante e mai aggressiva, che valorizzava la funzionalità senza rinunciare alla bellezza.


Giovanni Ponti, detto Gio[1] (Milano, 18 novembre 1891 – Milano, 16 settembre 1979), è stato un architetto e designer italiano fra i più importanti del dopoguerra[1].
«Gli italiani sono nati per costruire. Costruire è carattere della loro razza, forma della loro mente, vocazione ed impegno del loro destino, espressione della loro esistenza, segno supremo ed immortale della loro storia.»
(Gio Ponti, Vocazione architettonica degli italiani, 1940)

Figlio di Enrico Ponti e di Giovanna Rigone, Gio Ponti si laureò in architettura presso l'allora Regio Istituto Tecnico Superiore (il futuro Politecnico di Milano) nel 1921, dopo aver sospeso gli studi durante la sua partecipazione alla prima guerra mondiale. Nello stesso anno si sposò con la nobile Giulia Vimercati, di antica famiglia brianzola, da cui ebbe quattro figli (Lisa, Giovanna, Letizia e Giulio)[2].

Anni venti e trenta

Casa Marmont a Milano, 1934

Il palazzo Montecatini a Milano, 1938
Inizialmente, nel 1921, aprì uno studio assieme gli architetti Mino Fiocchi ed Emilio Lancia (1926-1933), per poi passare alla collaborazione con gli ingegneri Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini (1933-1945). Nel 1923 partecipò alla I Biennale delle arti decorative tenutasi all'ISIA di Monza e successivamente fu coinvolto nella organizzazione delle varie Triennali, sia a Monza che a Milano.

Negli anni venti avviò la sua attività di designer all'industria ceramica Richard-Ginori, rielaborando complessivamente la strategia di disegno industriale della società; con le sue ceramiche vinse il "Grand Prix" all'Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne di Parigi del 1925[3]. In quegli anni, la sua produzione fu improntata più ai temi classici reinterpretati in chiave déco, mostrandosi più vicino al movimento Novecento, esponente del razionalismo[4]. Sempre negli stessi anni iniziò anche la sua attività editoriale: nel 1928 fondò la rivista Domus, testata che diresse fino alla sua morte, eccetto che nel periodo 1941-1948 in cui fu direttore di Stile[4]. Assieme a Casabella, Domus rappresenterà il centro del dibattito culturale dell'architettura e del design italiani della seconda metà del Novecento[5].


Servizio da caffè "Barbara" disegnato da Ponti per Richard Ginori nel 1930
L'attività di Ponti negli anni trenta si estese all'organizzazione della V Triennale di Milano (1933) e alla realizzazione di scene e costumi per il Teatro alla Scala[6]. Partecipò all'Associazione del Disegno Industriale (ADI) e fu tra i sostenitori del premio Compasso d'oro, promosso dai magazzini La Rinascente[7]. Ricevette tra l'altro numerosi premi sia nazionali che internazionali, diventando infine professore di ruolo alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano nel 1936, cattedra che manterrà sino al 1961[senza fonte]. Nel 1934 l'Accademia d'Italia gli conferì il "premio Mussolini" per le arti[8].

Nel 1937 incaricò Giuseppe Cesetti di eseguire un pavimento in ceramica di vaste dimensioni, esposto alla Mostra Universale di Parigi, in una sala dove erano anche opere di Gino Severini e Massimo Campigli.

Anni quaranta e cinquanta
Nel 1941, durante la seconda guerra mondiale, Ponti fonda la rivista di architettura e design del regime fascista STILE. Nella rivista di chiaro supporto all'asse Roma-Berlino, Ponti non manca di scrivere nei suoi editoriali commenti come "Nel dopoguerra spettano all'Italia compiti grandissimi ...nei rapporti della sua esemplare alleata, la Germania", "i nostri grandi alleati [Germania nazista] ci danno un esempio di applicazione tenace, serissima, organizzata e ordinata" (da Stile, Agosto 1941, pag. 3). Stile durerà pochi anni e chiuderà dopo l'Invasione d'Italia anglo-americana e la sconfitta dell'Asse Italo-tedesco. Nel 1948, Ponti riapre la rivista Domus, dove rimarrà come editore fino alla sua morte.

Nel 1951, si unì allo studio insieme a Fornaroli, l'architetto Alberto Rosselli[9]. Nel 1952 costituisce con l'architetto Alberto Rosselli lo studio Ponti-Fornaroli-Rosselli[10]. Qui iniziò il periodo di più intensa e feconda attività sia nell'architettura che nel design, abbandonando i frequenti riallacci al passato neoclassico e puntando su idee più innovative.

Anni sessanta e settanta
Fra il 1966 ed il 1968 collaborò con l'impresa di produzione Ceramica Franco Pozzi di Gallarate[senza fonte].

Il Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma conserva un Fondo dedicato a Gio Ponti, consistente in 16.512 schizzi e disegni, 73 plastici e maquettes. L'archivio Ponti[10] è stato donato dagli eredi dell'architetto (donatori Anna Giovanna Ponti, Letizia Ponti, Salvatore Licitra, Matteo Licitra, Giulio Ponti) nel 1982. Questo fondo, il cui materiale progettuale documenta le opere realizzate dal designer milanese dagli anni Venti agli anni Settanta, è pubblico e consultabile.

Gio Ponti morì a Milano nel 1979: riposa al cimitero monumentale di Milano[11]. Il suo nome ha meritato l'iscrizione al famedio del medesimo cimitero[12].

Stile
Gio Ponti ha disegnato moltissimi oggetti nei più svariati campi, dalle scenografie teatrali, alle lampade, alle sedie, agli oggetti da cucina, agli interni di transatlantici[13]. Inizialmente nell'arte delle ceramiche il suo disegno rifletteva la Secessione viennese[senza fonte] e sosteneva che decorazione tradizionale e arte moderna non fossero incompatibili. Il suo riallacciarsi e utilizzare i valori del passato trovò sostenitori nel regime fascista, incline alla salvaguardia della "identità italiana" e al recupero degli ideali della "romanità",[senza fonte] che si espresse poi compiutamente in architettura con il neoclassicismo semplificato del Piacentini.


Macchina da caffè La Pavoni, progettata da Ponti nel 1948
Nel 1950 Ponti cominciò a impegnarsi nella progettazione di "pareti attrezzate", ovvero intere pareti prefabbricate che permettevano di soddisfare diversi bisogni, integrando in un unico sistema apparecchi e attrezzature fino ad allora autonome. Ricordiamo Ponti anche per il progetto della seduta "Superleggera" del 1955 (prod. Cassina)[14], realizzata partendo da un oggetto già esistente e di solito prodotto artigianalmente: la Sedia di Chiavari[15], migliorato in materiali e prestazioni.

Nonostante questo, Ponti realizzerà nella Città universitaria di Roma nel 1934 la Scuola di Matematica[16] (una delle prime opere del Razionalismo italiano) e nel 1936 il primo degli edifici per uffici della Montecatini a Milano. Quest'ultimo, a caratteri fortemente personali, risente nei particolari architettonici, di ricercata eleganza, della vocazione di designer del progettista.

Negli anni cinquanta, lo stile di Ponti si fece più innovativo[17] e, pur rimanendo classicheggiante nel secondo palazzo per uffici della Montecatini (1951), si espresse pienamente nel suo edificio più significativo: il Grattacielo Pirelli in Piazza Duca d'Aosta a Milano (1955-1958)[18]. L'opera fu costruita intorno a una struttura centrale progettata da Nervi (127,1 metri). L'edificio appare come una slanciata e armoniosa lastra di cristallo[19], che taglia lo spazio architettonico del cielo, disegnata su un equilibrato curtain wall e i cui lati lunghi si restringono in quasi due linee verticali. Quest'opera anche con il suo carattere di "eccellenza" appartiene a buon diritto al Movimento Moderno in Italia[20].

Opere
Industrial design
1923-1929 Porcellane per Richard-Ginori
1927 Oggetti in peltro ed argento per Christofle
1930 Grandi pezzi in cristallo per Fontana
1930 Grande tavolo in alluminio presentato alla IV Triennale di Monza
1930 Disegni per stoffe stampate per De Angeli-Frua, Milano
1930 Tessuti per Vittorio Ferrari
1930 Posate ed altri oggetti per Krupp Italiana
1931 Lampade per Fontana, Milano
1931 Tre librerie per le Opera Omnia di D'Annunzio
1931 Mobili per Turri, Varedo (Milano)
1934 Arredamento Brustio, Milano
1935 Arredamento Cellina, Milano
1936 Arredamento Piccoli, Milano
1936 Arredamento Pozzi, Milano
1936 Orologi per Boselli, Milano
1936 Sedia a volute presentata alla VI Triennale di Milano prodotta da Casa e Giardino, poi (1946) Cassina e (1969) Montina
1936 Mobili per Casa e Giardino, Milano
1938 Tessuti per Vittorio Ferrari, Milano
1938 Poltrone per Casa e Giardino
1938 Seduta girevole in acciaio per Kardex
1947 Interni del Treno Settebello
1948 Collabora con Alberto Rosselli e Antonio Fornaroli alla creazione de "La Cornuta", la prima macchina da caffè espresso a caldaia orizzontale prodotta da "La Pavoni S.p.A."
1949 Collabora con officine meccaniche Visa di Voghera e crea la macchina da cucire "Visetta".
1952 Collabora con AVE, creazione di interruttori elettrici
1955 Posate per Arthur Krupp
1957 Sedia Superleggera per Cassina
1963 Scooter Brio per Ducati
1971 Poltrona di poco sedile per Walter Ponti

Carlo Mollino (Torino, 6 maggio 1905 – Torino, 27 agosto 1973) è stato un architetto, designer e fotografo[1] italiano.

Biografia
Nato a Torino, figlio unico dell'ingegnere Eugenio Mollino, completò gli studi, dalle elementari alle superiori, presso il Collegio San Giuseppe. Nel 1925 si iscrisse alla facoltà di Ingegneria e, dopo un anno, si trasferì alla Regia Scuola Superiore di Architettura dell'Accademia Albertina di Torino, in seguito divenuta facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, dove si laureò nel luglio del 1931.

Mollino è stato, oltre che architetto e designer, anche pilota di aeroplani e di auto da corsa, scrittore, fotografo. Ottimo sciatore, divenne nel 1942 maestro di sci e nel dopoguerra presidente della CoScuMa (commissione delle scuole e dei maestri di sci) della F.I.S.I., nel 1951 scrisse il trattato Introduzione al discesismo dalle cui pagine emerge appieno tutta la sua personalità inquieta, fantasiosa, bizzarra.

Dopo avere pubblicato nel 1948 i volumi Architettura, arte e tecnica, nel 1953 vinse il concorso a professore ordinario e ottenne la cattedra di Composizione architettonica, che conservò fino alla morte. Nel 1957 partecipò al Comitato organizzativo della XI Triennale di Milano.

Mollino morì improvvisamente nell'agosto 1973, quando ancora era in attività, nel suo studio.

Architettura
Nel 1930, non ancora laureato, progettò la casa per vacanza a Forte dei Marmi e ricevette il premio "G. Pistono" per l'Architettura. Tra il 1933 e il 1948, mentre lavorava nello studio del padre, partecipò a numerosi concorsi. Vinse il primo concorso per la sede della Federazione agricoltori di Cuneo, il primo premio al concorso per la casa del Fascio di Voghera e, in collaborazione con lo scultore Umberto Mastroianni, il primo premio al concorso per il Monumento ai Caduti per la Libertà di Torino (noto anche come Monumento al Partigiano), che venne collocato nel Campo della Gloria del Cimitero Generale di Torino.

Tra il 1936 e il 1939 realizzò, in collaborazione con l'ingegner Vittorio Baudi di Selve, l'edificio della Società Ippica Torinese, considerato il suo capolavoro, costruito a Torino in corso Dante e demolito nel 1960. Era un'opera che rompeva con il passato e che prendeva le distanze dall'architettura di regime, rifiutando i dettami del razionalismo e ispirandosi ad Alvar Aalto ed Erich Mendelsohn.

Innamorato della montagna, progettò anche alcuni edifici montani, tra i quali la casa del Sole a Cervinia, la stazione di arrivo della funivia del Furggen e la Slittovia del Lago Nero presso Sauze d'Oulx. Quest'ultimo chalet, realizzato fra il 1946 e il 1947, presenta, verso monte, una grande terrazza che emerge con vigore dal volume principale, coniugando la modernità delle forme e delle tecniche costruttive con la tradizionalità dei materiali utilizzati. L'edificio è stato oggetto nel 2001 di un radicale intervento di restauro, reso necessario da decenni di abbandono e di vandalismi.

Nel 1952 progettò a Torino l'Auditorium Rai Arturo Toscanini di via Rossini, oggetto di un controverso restauro eseguito nel 2006 che ne modificò radicalmente la struttura originaria.

Nella prima metà degli anni sessanta diresse il gruppo di professionisti incaricati di progettare il quartiere INA-Casa in corso Sebastopoli a Torino e ricevette il secondo premio al concorso per il Palazzo del Lavoro di Torino, vinto poi da Pier Luigi Nervi, nonostante il bando di concorso richiedesse un edificio con un unico volume senza colonne nella parte centrale.
Nel 1964 partecipò al concorso per la Camera di Commercio di Torino, dove si classificò primo, e al concorso per il Teatro Comunale di Cagliari, dove fu terzo.

Negli ultimi anni della sua carriera, dal 1965 al 1973, progettò e costruì i due edifici torinesi che lo hanno reso celebre: il palazzo della Camera di Commercio in via San Francesco da Paola/Piazzale Valdo Fusi e partecipò al progetto del nuovo Teatro Regio (ricostruito dopo l'incendio del 1936), inaugurato poi nel 1973. Poco prima della morte, terminò i progetti per gli uffici società energetica AEM (oggi Iren) di Corso Svizzera a Torino, e partecipò ai concorsi per il Centro direzionale FIAT a Candiolo e per il Club Mediterranèe a Sestrière.

Design
Negli anni quaranta Mollino iniziò l'attività di progettista di interni e di designer.

Gli arredi, spesso prodotti in pezzi unici o in serie limitate, fondono l'utilizzo di tecniche costruttive artigiane con la sperimentazione di nuovi materiali e nuove tecnologie, come il compensato curvato a strati sovrapposti.

In particolare la tecnica della curvatura 'a freddo' del legno compensato rese celebri nei primi anni Cinquanta le sue sedie, i tavoli, e le poltrone.
L'estetica che ne deriva non è direttamente riconducibile ad alcuna corrente artistica come, del resto, è sicuramente errato inserire l'opera molliniana in un contesto esclusivamente futurista.

Carlo Mollino attingeva dalle sue passioni come lo sport dello sci, l'aviazione, per riprodurne alcune forme in architettura e nel design d'interni, proponendo forme fortemente innovative ma disgiunte dalla replicabilità su scala industriale: il tavolo "Reale" (1949), di derivazione aeronautica, come pure la lampada "Cadma" (1947), che richiama la forma di un'elica, e la poltrona "Gilda" (1947), che anticipa il gusto hi-tech. In quasi tutte le sue opere traspare il suo interesse per la velocità ed il movimento. I suoi arredi sono riconoscibili soprattutto per le linee sinuose quasi erotiche che evocano chiaramente il corpo femminile, che l'artista amava fotografare, avendo scelto di condurre una vita in cui le sue passioni fossero costantemente coinvolte nel suo lavoro.

La sua figura di creativo fu costantemente fuori dagli schemi tanto da essersi guadagnato l'appellativo di "designer senza industria".

Profondamente affascinato dalla natura, Mollino ne ripropose le forme all'interno della propria produzione artistica, rielaborandole con estrema abilità e miscelandole con elementi propri del Modernismo, dell'Art Nouveau, del Surrealismo, del Barocco e del Rococò.

Nel 1963, in occasione del Capodanno, Carlo Mollino realizzò il drago da passeggio, una scultura in carta pieghettata e decorata da lui stesso. I diversi esemplari corredati di rocchetto per il filo e di un libretto di istruzioni per l'uso sono tutti numerati e intitolati.

Rivista originale. Lo Stile nella casa e nell'arredamento. Direttore Gio Ponti. N.5/6, 1941. Numero speciale dedicato al vetro. Gio Ponti: L'età del vetro; Un arredamento di Carlo Mollino; Mobili in vetro; Venini; Barovier & Toso; Seguso; Fontana; Scaglia; Il vetro alle Triennali; ecc. ecc. In buono stato generale - una mancanza e piccoli difetti al dorso - normali segni del tempo. In asta senza riserva. La rivista "Stile", fondata e diretta da Gio Ponti dal 1941 al 1947 per le edizioni Garzanti, fu un'importante pubblicazione che esplorò l'architettura, l'arredamento, le arti decorative e la pittura, promuovendo un'idea di modernità elegante e accessibile in un periodo storico difficile. Ponti descrisse la rivista come "di idee, di vita, d'avvenire, e soprattutto d'arte". L'obiettivo era indicare opere di architettura e arredamento, ma anche di disegni, pittura e scultura, con un focus sul concetto di "stile" come principio guida per la vita moderna. La pubblicazione fungeva da "diario ritrovato" del pensiero di Ponti in quegli anni, rivelando sfumature del suo percorso creativo in un momento di transizione, lontano dalla sua precedente esperienza con la rivista Domus. Architettura e Ricostruzione: Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale e del dopoguerra, la rivista si concentrò molto sul tema della ricostruzione e della casa del futuro, proponendo soluzioni abitative moderne, funzionali e leggere. Arti Decorative e Arredamento: Oltre all'architettura, Stile dava ampio spazio alle arti decorative e all'arredamento, promuovendo il design italiano e la collaborazione con aziende che sarebbero diventate sinonimo del Made in Italy. Approccio Eclettico: La rivista si distingueva per un approccio onnicomprensivo alle arti, abbracciando sia l'architettura che la pittura e la scultura, riflettendo la visione di Ponti di un'arte unificata e presente in ogni aspetto della vita.
Illustrazioni: I fascicoli erano riccamente illustrati con fotografie e tavole a colori, spesso con illustrazioni di artisti di fama come Sassu, per offrire un impatto visivo forte e ispiratore.
Promozione della Modernità: Ponti utilizzò la rivista come piattaforma per formare il gusto del pubblico e promuovere un'idea di modernità aperta, elegante e mai aggressiva, che valorizzava la funzionalità senza rinunciare alla bellezza.


Giovanni Ponti, detto Gio[1] (Milano, 18 novembre 1891 – Milano, 16 settembre 1979), è stato un architetto e designer italiano fra i più importanti del dopoguerra[1].
«Gli italiani sono nati per costruire. Costruire è carattere della loro razza, forma della loro mente, vocazione ed impegno del loro destino, espressione della loro esistenza, segno supremo ed immortale della loro storia.»
(Gio Ponti, Vocazione architettonica degli italiani, 1940)

Figlio di Enrico Ponti e di Giovanna Rigone, Gio Ponti si laureò in architettura presso l'allora Regio Istituto Tecnico Superiore (il futuro Politecnico di Milano) nel 1921, dopo aver sospeso gli studi durante la sua partecipazione alla prima guerra mondiale. Nello stesso anno si sposò con la nobile Giulia Vimercati, di antica famiglia brianzola, da cui ebbe quattro figli (Lisa, Giovanna, Letizia e Giulio)[2].

Anni venti e trenta

Casa Marmont a Milano, 1934

Il palazzo Montecatini a Milano, 1938
Inizialmente, nel 1921, aprì uno studio assieme gli architetti Mino Fiocchi ed Emilio Lancia (1926-1933), per poi passare alla collaborazione con gli ingegneri Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini (1933-1945). Nel 1923 partecipò alla I Biennale delle arti decorative tenutasi all'ISIA di Monza e successivamente fu coinvolto nella organizzazione delle varie Triennali, sia a Monza che a Milano.

Negli anni venti avviò la sua attività di designer all'industria ceramica Richard-Ginori, rielaborando complessivamente la strategia di disegno industriale della società; con le sue ceramiche vinse il "Grand Prix" all'Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne di Parigi del 1925[3]. In quegli anni, la sua produzione fu improntata più ai temi classici reinterpretati in chiave déco, mostrandosi più vicino al movimento Novecento, esponente del razionalismo[4]. Sempre negli stessi anni iniziò anche la sua attività editoriale: nel 1928 fondò la rivista Domus, testata che diresse fino alla sua morte, eccetto che nel periodo 1941-1948 in cui fu direttore di Stile[4]. Assieme a Casabella, Domus rappresenterà il centro del dibattito culturale dell'architettura e del design italiani della seconda metà del Novecento[5].


Servizio da caffè "Barbara" disegnato da Ponti per Richard Ginori nel 1930
L'attività di Ponti negli anni trenta si estese all'organizzazione della V Triennale di Milano (1933) e alla realizzazione di scene e costumi per il Teatro alla Scala[6]. Partecipò all'Associazione del Disegno Industriale (ADI) e fu tra i sostenitori del premio Compasso d'oro, promosso dai magazzini La Rinascente[7]. Ricevette tra l'altro numerosi premi sia nazionali che internazionali, diventando infine professore di ruolo alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano nel 1936, cattedra che manterrà sino al 1961[senza fonte]. Nel 1934 l'Accademia d'Italia gli conferì il "premio Mussolini" per le arti[8].

Nel 1937 incaricò Giuseppe Cesetti di eseguire un pavimento in ceramica di vaste dimensioni, esposto alla Mostra Universale di Parigi, in una sala dove erano anche opere di Gino Severini e Massimo Campigli.

Anni quaranta e cinquanta
Nel 1941, durante la seconda guerra mondiale, Ponti fonda la rivista di architettura e design del regime fascista STILE. Nella rivista di chiaro supporto all'asse Roma-Berlino, Ponti non manca di scrivere nei suoi editoriali commenti come "Nel dopoguerra spettano all'Italia compiti grandissimi ...nei rapporti della sua esemplare alleata, la Germania", "i nostri grandi alleati [Germania nazista] ci danno un esempio di applicazione tenace, serissima, organizzata e ordinata" (da Stile, Agosto 1941, pag. 3). Stile durerà pochi anni e chiuderà dopo l'Invasione d'Italia anglo-americana e la sconfitta dell'Asse Italo-tedesco. Nel 1948, Ponti riapre la rivista Domus, dove rimarrà come editore fino alla sua morte.

Nel 1951, si unì allo studio insieme a Fornaroli, l'architetto Alberto Rosselli[9]. Nel 1952 costituisce con l'architetto Alberto Rosselli lo studio Ponti-Fornaroli-Rosselli[10]. Qui iniziò il periodo di più intensa e feconda attività sia nell'architettura che nel design, abbandonando i frequenti riallacci al passato neoclassico e puntando su idee più innovative.

Anni sessanta e settanta
Fra il 1966 ed il 1968 collaborò con l'impresa di produzione Ceramica Franco Pozzi di Gallarate[senza fonte].

Il Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma conserva un Fondo dedicato a Gio Ponti, consistente in 16.512 schizzi e disegni, 73 plastici e maquettes. L'archivio Ponti[10] è stato donato dagli eredi dell'architetto (donatori Anna Giovanna Ponti, Letizia Ponti, Salvatore Licitra, Matteo Licitra, Giulio Ponti) nel 1982. Questo fondo, il cui materiale progettuale documenta le opere realizzate dal designer milanese dagli anni Venti agli anni Settanta, è pubblico e consultabile.

Gio Ponti morì a Milano nel 1979: riposa al cimitero monumentale di Milano[11]. Il suo nome ha meritato l'iscrizione al famedio del medesimo cimitero[12].

Stile
Gio Ponti ha disegnato moltissimi oggetti nei più svariati campi, dalle scenografie teatrali, alle lampade, alle sedie, agli oggetti da cucina, agli interni di transatlantici[13]. Inizialmente nell'arte delle ceramiche il suo disegno rifletteva la Secessione viennese[senza fonte] e sosteneva che decorazione tradizionale e arte moderna non fossero incompatibili. Il suo riallacciarsi e utilizzare i valori del passato trovò sostenitori nel regime fascista, incline alla salvaguardia della "identità italiana" e al recupero degli ideali della "romanità",[senza fonte] che si espresse poi compiutamente in architettura con il neoclassicismo semplificato del Piacentini.


Macchina da caffè La Pavoni, progettata da Ponti nel 1948
Nel 1950 Ponti cominciò a impegnarsi nella progettazione di "pareti attrezzate", ovvero intere pareti prefabbricate che permettevano di soddisfare diversi bisogni, integrando in un unico sistema apparecchi e attrezzature fino ad allora autonome. Ricordiamo Ponti anche per il progetto della seduta "Superleggera" del 1955 (prod. Cassina)[14], realizzata partendo da un oggetto già esistente e di solito prodotto artigianalmente: la Sedia di Chiavari[15], migliorato in materiali e prestazioni.

Nonostante questo, Ponti realizzerà nella Città universitaria di Roma nel 1934 la Scuola di Matematica[16] (una delle prime opere del Razionalismo italiano) e nel 1936 il primo degli edifici per uffici della Montecatini a Milano. Quest'ultimo, a caratteri fortemente personali, risente nei particolari architettonici, di ricercata eleganza, della vocazione di designer del progettista.

Negli anni cinquanta, lo stile di Ponti si fece più innovativo[17] e, pur rimanendo classicheggiante nel secondo palazzo per uffici della Montecatini (1951), si espresse pienamente nel suo edificio più significativo: il Grattacielo Pirelli in Piazza Duca d'Aosta a Milano (1955-1958)[18]. L'opera fu costruita intorno a una struttura centrale progettata da Nervi (127,1 metri). L'edificio appare come una slanciata e armoniosa lastra di cristallo[19], che taglia lo spazio architettonico del cielo, disegnata su un equilibrato curtain wall e i cui lati lunghi si restringono in quasi due linee verticali. Quest'opera anche con il suo carattere di "eccellenza" appartiene a buon diritto al Movimento Moderno in Italia[20].

Opere
Industrial design
1923-1929 Porcellane per Richard-Ginori
1927 Oggetti in peltro ed argento per Christofle
1930 Grandi pezzi in cristallo per Fontana
1930 Grande tavolo in alluminio presentato alla IV Triennale di Monza
1930 Disegni per stoffe stampate per De Angeli-Frua, Milano
1930 Tessuti per Vittorio Ferrari
1930 Posate ed altri oggetti per Krupp Italiana
1931 Lampade per Fontana, Milano
1931 Tre librerie per le Opera Omnia di D'Annunzio
1931 Mobili per Turri, Varedo (Milano)
1934 Arredamento Brustio, Milano
1935 Arredamento Cellina, Milano
1936 Arredamento Piccoli, Milano
1936 Arredamento Pozzi, Milano
1936 Orologi per Boselli, Milano
1936 Sedia a volute presentata alla VI Triennale di Milano prodotta da Casa e Giardino, poi (1946) Cassina e (1969) Montina
1936 Mobili per Casa e Giardino, Milano
1938 Tessuti per Vittorio Ferrari, Milano
1938 Poltrone per Casa e Giardino
1938 Seduta girevole in acciaio per Kardex
1947 Interni del Treno Settebello
1948 Collabora con Alberto Rosselli e Antonio Fornaroli alla creazione de "La Cornuta", la prima macchina da caffè espresso a caldaia orizzontale prodotta da "La Pavoni S.p.A."
1949 Collabora con officine meccaniche Visa di Voghera e crea la macchina da cucire "Visetta".
1952 Collabora con AVE, creazione di interruttori elettrici
1955 Posate per Arthur Krupp
1957 Sedia Superleggera per Cassina
1963 Scooter Brio per Ducati
1971 Poltrona di poco sedile per Walter Ponti

Carlo Mollino (Torino, 6 maggio 1905 – Torino, 27 agosto 1973) è stato un architetto, designer e fotografo[1] italiano.

Biografia
Nato a Torino, figlio unico dell'ingegnere Eugenio Mollino, completò gli studi, dalle elementari alle superiori, presso il Collegio San Giuseppe. Nel 1925 si iscrisse alla facoltà di Ingegneria e, dopo un anno, si trasferì alla Regia Scuola Superiore di Architettura dell'Accademia Albertina di Torino, in seguito divenuta facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, dove si laureò nel luglio del 1931.

Mollino è stato, oltre che architetto e designer, anche pilota di aeroplani e di auto da corsa, scrittore, fotografo. Ottimo sciatore, divenne nel 1942 maestro di sci e nel dopoguerra presidente della CoScuMa (commissione delle scuole e dei maestri di sci) della F.I.S.I., nel 1951 scrisse il trattato Introduzione al discesismo dalle cui pagine emerge appieno tutta la sua personalità inquieta, fantasiosa, bizzarra.

Dopo avere pubblicato nel 1948 i volumi Architettura, arte e tecnica, nel 1953 vinse il concorso a professore ordinario e ottenne la cattedra di Composizione architettonica, che conservò fino alla morte. Nel 1957 partecipò al Comitato organizzativo della XI Triennale di Milano.

Mollino morì improvvisamente nell'agosto 1973, quando ancora era in attività, nel suo studio.

Architettura
Nel 1930, non ancora laureato, progettò la casa per vacanza a Forte dei Marmi e ricevette il premio "G. Pistono" per l'Architettura. Tra il 1933 e il 1948, mentre lavorava nello studio del padre, partecipò a numerosi concorsi. Vinse il primo concorso per la sede della Federazione agricoltori di Cuneo, il primo premio al concorso per la casa del Fascio di Voghera e, in collaborazione con lo scultore Umberto Mastroianni, il primo premio al concorso per il Monumento ai Caduti per la Libertà di Torino (noto anche come Monumento al Partigiano), che venne collocato nel Campo della Gloria del Cimitero Generale di Torino.

Tra il 1936 e il 1939 realizzò, in collaborazione con l'ingegner Vittorio Baudi di Selve, l'edificio della Società Ippica Torinese, considerato il suo capolavoro, costruito a Torino in corso Dante e demolito nel 1960. Era un'opera che rompeva con il passato e che prendeva le distanze dall'architettura di regime, rifiutando i dettami del razionalismo e ispirandosi ad Alvar Aalto ed Erich Mendelsohn.

Innamorato della montagna, progettò anche alcuni edifici montani, tra i quali la casa del Sole a Cervinia, la stazione di arrivo della funivia del Furggen e la Slittovia del Lago Nero presso Sauze d'Oulx. Quest'ultimo chalet, realizzato fra il 1946 e il 1947, presenta, verso monte, una grande terrazza che emerge con vigore dal volume principale, coniugando la modernità delle forme e delle tecniche costruttive con la tradizionalità dei materiali utilizzati. L'edificio è stato oggetto nel 2001 di un radicale intervento di restauro, reso necessario da decenni di abbandono e di vandalismi.

Nel 1952 progettò a Torino l'Auditorium Rai Arturo Toscanini di via Rossini, oggetto di un controverso restauro eseguito nel 2006 che ne modificò radicalmente la struttura originaria.

Nella prima metà degli anni sessanta diresse il gruppo di professionisti incaricati di progettare il quartiere INA-Casa in corso Sebastopoli a Torino e ricevette il secondo premio al concorso per il Palazzo del Lavoro di Torino, vinto poi da Pier Luigi Nervi, nonostante il bando di concorso richiedesse un edificio con un unico volume senza colonne nella parte centrale.
Nel 1964 partecipò al concorso per la Camera di Commercio di Torino, dove si classificò primo, e al concorso per il Teatro Comunale di Cagliari, dove fu terzo.

Negli ultimi anni della sua carriera, dal 1965 al 1973, progettò e costruì i due edifici torinesi che lo hanno reso celebre: il palazzo della Camera di Commercio in via San Francesco da Paola/Piazzale Valdo Fusi e partecipò al progetto del nuovo Teatro Regio (ricostruito dopo l'incendio del 1936), inaugurato poi nel 1973. Poco prima della morte, terminò i progetti per gli uffici società energetica AEM (oggi Iren) di Corso Svizzera a Torino, e partecipò ai concorsi per il Centro direzionale FIAT a Candiolo e per il Club Mediterranèe a Sestrière.

Design
Negli anni quaranta Mollino iniziò l'attività di progettista di interni e di designer.

Gli arredi, spesso prodotti in pezzi unici o in serie limitate, fondono l'utilizzo di tecniche costruttive artigiane con la sperimentazione di nuovi materiali e nuove tecnologie, come il compensato curvato a strati sovrapposti.

In particolare la tecnica della curvatura 'a freddo' del legno compensato rese celebri nei primi anni Cinquanta le sue sedie, i tavoli, e le poltrone.
L'estetica che ne deriva non è direttamente riconducibile ad alcuna corrente artistica come, del resto, è sicuramente errato inserire l'opera molliniana in un contesto esclusivamente futurista.

Carlo Mollino attingeva dalle sue passioni come lo sport dello sci, l'aviazione, per riprodurne alcune forme in architettura e nel design d'interni, proponendo forme fortemente innovative ma disgiunte dalla replicabilità su scala industriale: il tavolo "Reale" (1949), di derivazione aeronautica, come pure la lampada "Cadma" (1947), che richiama la forma di un'elica, e la poltrona "Gilda" (1947), che anticipa il gusto hi-tech. In quasi tutte le sue opere traspare il suo interesse per la velocità ed il movimento. I suoi arredi sono riconoscibili soprattutto per le linee sinuose quasi erotiche che evocano chiaramente il corpo femminile, che l'artista amava fotografare, avendo scelto di condurre una vita in cui le sue passioni fossero costantemente coinvolte nel suo lavoro.

La sua figura di creativo fu costantemente fuori dagli schemi tanto da essersi guadagnato l'appellativo di "designer senza industria".

Profondamente affascinato dalla natura, Mollino ne ripropose le forme all'interno della propria produzione artistica, rielaborandole con estrema abilità e miscelandole con elementi propri del Modernismo, dell'Art Nouveau, del Surrealismo, del Barocco e del Rococò.

Nel 1963, in occasione del Capodanno, Carlo Mollino realizzò il drago da passeggio, una scultura in carta pieghettata e decorata da lui stesso. I diversi esemplari corredati di rocchetto per il filo e di un libretto di istruzioni per l'uso sono tutti numerati e intitolati.

Dettagli

Numero di Libri
1
Soggetto
Architettura, Design d’interni
Titolo del Libro
Lo Stile. Numero speciale dedicato al vetro.
Autore/ Illustratore
Gio Ponti, Venini, Carlo Mollino, Albini
Condizione
Buone
Anno di pubblicazione dell’oggetto più vecchio
1941
Altezza
32 cm
Edizione
1° edizione
Larghezza
24 cm
Lingua
Italiano
Lingua originale
Legatura
Brossura
Numero di pagine
138
Venduto da
ItaliaVerificato
842
Oggetti venduti
100%
pro

Oggetti simili

Per te in

Libri di fotografia e arte