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Raffaello Sanzio (XVII), after, Efter - La Cacciata di Eliodoro dal Tempio
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Raffaello Sanzio (XVII), after, Efter - La Cacciata di Eliodoro dal Tempio

XVII secolo, da Raffaello Sanzio La Cacciata di Eliodoro dal Tempio Olio su tela, cm 91 x 135 L’opera in esame riprende il celebre affresco La Cacciata di Eliodoro dal tempio, opera eponima della seconda delle Stanze Vaticane affrescate da Raffaello su commissione di Papa Giulio II (dopo la Stanza della Segnatura). La Stanza di Eliodoro fu realizzata in un periodo storico (1511-1514) in cui il papato era fortemente minacciato sia militarmente che politicamente, specialmente dalle potenze straniere e dalle ambizioni del Concilio di Pisa-Milano. Il programma iconografico della stanza, diversamente dall'equilibrio filosofico della Segnatura, doveva, dunque, essere di stampo politico-celebrativo: lo scopo era quello di illustrare la protezione miracolosa accordata da Dio alla Chiesa in momenti di crisi e pericolo. Nello specifico, la scena è tratta dal Secondo Libro dei Maccabei (3, 21-28) e narra l'episodio di Eliodoro di Antiochia, ministro del re di Siria, inviato a Gerusalemme per trafugare i tesori del Tempio. Mentre il Gran Sacerdote Onia era intento a pregare, Dio inviò un cavaliere in sella al suo destriero bianco e due giovani celesti a fustigare Eliodoro, mettendolo in fuga e costringendolo a restituire il maltolto. In chiave allegorica, l'episodio mirava a simboleggiare da un lato l'inviolabilità del patrimonio ecclesiastico, dall’altro la difesa diretta della Chiesa da parte di Dio contro i suoi nemici (i nemici del pontefice Giulio II). Raffaello Sanzio opera un deciso distacco dall'impostazione unitaria e dall'equilibrio sereno che avevano caratterizzato i lavori della Stanza della Segnatura. Per questa nuova commissione, l'artista adotta un registro più drammatico e dinamico, pienamente rappresentativo della sua fase matura. La composizione è dominata in profondità dall'architettura templare, maestosa e classicheggiante, la cui imponente volta a botte guida idealmente l'occhio verso l'altare, collocato al centro della scena. È significativo, tuttavia, che l'azione non si svolga in questo cuore geometrico, ma sia relegata ai lati, lasciando il centro spaziale vuoto e immobile, occupato unicamente dal Gran Sacerdote Onia in preghiera. A destra si concentra il cuore del dramma: l'angelo a cavallo, simbolo della giustizia divina, affiancato dai due giovani fustigatori (talvolta interpretati come figure demoniche), irrompe con una violenza straordinaria. Le figure di Eliodoro e dei suoi complici sono colte in una repentina e disordinata fuga, rappresentate con un senso di moto vorticoso. Il lato sinistro, invece, è occupato dalla presenza contemporanea di Papa Giulio II, il quale, seduto sulla sedia gestatoria con l'atteggiamento di un imperatore romano, assiste al miracolo biblico. Il pontefice barbuto e imponente funge da testimone e garante della verità dell'evento, collegando esplicitamente il passato sacro al presente del papato. Attorno a lui, personaggi contemporanei, come l'incisore Marcantonio Raimondi, osservano o si protendono verso l'azione, rafforzando la fusione tra storia biblica e l’attualità politica. Sotto il profilo luministico, Raffaello impiega la luce per enfatizzare il pathos e la drammaticità, facendo attraversare l'area di Eliodoro da forti chiaroscuri e sottolineando la natura miracolosa e soprannaturale dell'intervento. La tavolozza è ricca e vibrante, con l'uso intenso di rossi e ori nelle vesti che contribuisce alla sontuosità della scena, in contrasto con le ombre drammatiche. Il plasticismo delle figure è accentuato, esibendo corpi vigorosi e movimenti concitati; il dettaglio dell'uomo che si arrampica sulla colonna a sinistra per meglio osservare è un esempio della ricerca di verosimiglianza e della reazione emotiva tipica di questa fase raffaellesca. La Cacciata di Eliodoro segna dunque una svolta stilistica per Raffaello, che si allontana dalla "bella maniera" serena e ideale della Scuola di Atene per abbracciare un linguaggio più dinamico e monumentale, stimolato anche dalla visione della pittura michelangiolesca sulla volta della Sistina, realizzata in quegli stessi anni. L'affresco si configura come un capolavoro di propaganda pontificia, dove il potere della Chiesa e la sua protezione divina sono rappresentati con forza in un momento di grande crisi. L'inclusione del Papa come testimone rende l'opera una potentissima affermazione di potere temporale e spirituale che trascende la mera illustrazione biblica, aprendo la strada alle successive evoluzioni artistiche del Cinquecento. Le quattro pareti della stanza di Eliodoro vedono raffigurate, oltre alla Cacciata di Eliodoro dal Tempio, anche L’incontro fra Leone I e Attila, La Messa di Bolsena e La Liberazione di San Pietro. Il modello dipinto da Raffaello. L’immagine ideata da Raffaello riscosse ampia fortuna non solo nelle prove a pennello, ma anche nelle repliche a incisione, come quelle realizzate da Giovanni Volpato (1735-1803) nel XVIII secolo. Per i dipinti acquistati all'estero: dopo il pagamento verrà avviata la procedura per ottenere la licenza di esportazione (ALC). Tutti i pezzi d'antiquariato inviati all'estero dall'Italia hanno bisogno di questo documento, rilasciato dal Ministero dei Beni Culturali. La procedura potrebbe richiedere da 3 a 5 settimane dalla richiesta, quindi, non appena avremo il documento verrà spedito il dipinto.

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XVII secolo, da Raffaello Sanzio
La Cacciata di Eliodoro dal Tempio
Olio su tela, cm 91 x 135

L’opera in esame riprende il celebre affresco La Cacciata di Eliodoro dal tempio, opera eponima della seconda delle Stanze Vaticane affrescate da Raffaello su commissione di Papa Giulio II (dopo la Stanza della Segnatura). La Stanza di Eliodoro fu realizzata in un periodo storico (1511-1514) in cui il papato era fortemente minacciato sia militarmente che politicamente, specialmente dalle potenze straniere e dalle ambizioni del Concilio di Pisa-Milano. Il programma iconografico della stanza, diversamente dall'equilibrio filosofico della Segnatura, doveva, dunque, essere di stampo politico-celebrativo: lo scopo era quello di illustrare la protezione miracolosa accordata da Dio alla Chiesa in momenti di crisi e pericolo. Nello specifico, la scena è tratta dal Secondo Libro dei Maccabei (3, 21-28) e narra l'episodio di Eliodoro di Antiochia, ministro del re di Siria, inviato a Gerusalemme per trafugare i tesori del Tempio. Mentre il Gran Sacerdote Onia era intento a pregare, Dio inviò un cavaliere in sella al suo destriero bianco e due giovani celesti a fustigare Eliodoro, mettendolo in fuga e costringendolo a restituire il maltolto. In chiave allegorica, l'episodio mirava a simboleggiare da un lato l'inviolabilità del patrimonio ecclesiastico, dall’altro la difesa diretta della Chiesa da parte di Dio contro i suoi nemici (i nemici del pontefice Giulio II). Raffaello Sanzio opera un deciso distacco dall'impostazione unitaria e dall'equilibrio sereno che avevano caratterizzato i lavori della Stanza della Segnatura. Per questa nuova commissione, l'artista adotta un registro più drammatico e dinamico, pienamente rappresentativo della sua fase matura. La composizione è dominata in profondità dall'architettura templare, maestosa e classicheggiante, la cui imponente volta a botte guida idealmente l'occhio verso l'altare, collocato al centro della scena. È significativo, tuttavia, che l'azione non si svolga in questo cuore geometrico, ma sia relegata ai lati, lasciando il centro spaziale vuoto e immobile, occupato unicamente dal Gran Sacerdote Onia in preghiera. A destra si concentra il cuore del dramma: l'angelo a cavallo, simbolo della giustizia divina, affiancato dai due giovani fustigatori (talvolta interpretati come figure demoniche), irrompe con una violenza straordinaria. Le figure di Eliodoro e dei suoi complici sono colte in una repentina e disordinata fuga, rappresentate con un senso di moto vorticoso. Il lato sinistro, invece, è occupato dalla presenza contemporanea di Papa Giulio II, il quale, seduto sulla sedia gestatoria con l'atteggiamento di un imperatore romano, assiste al miracolo biblico. Il pontefice barbuto e imponente funge da testimone e garante della verità dell'evento, collegando esplicitamente il passato sacro al presente del papato. Attorno a lui, personaggi contemporanei, come l'incisore Marcantonio Raimondi, osservano o si protendono verso l'azione, rafforzando la fusione tra storia biblica e l’attualità politica. Sotto il profilo luministico, Raffaello impiega la luce per enfatizzare il pathos e la drammaticità, facendo attraversare l'area di Eliodoro da forti chiaroscuri e sottolineando la natura miracolosa e soprannaturale dell'intervento. La tavolozza è ricca e vibrante, con l'uso intenso di rossi e ori nelle vesti che contribuisce alla sontuosità della scena, in contrasto con le ombre drammatiche. Il plasticismo delle figure è accentuato, esibendo corpi vigorosi e movimenti concitati; il dettaglio dell'uomo che si arrampica sulla colonna a sinistra per meglio osservare è un esempio della ricerca di verosimiglianza e della reazione emotiva tipica di questa fase raffaellesca. La Cacciata di Eliodoro segna dunque una svolta stilistica per Raffaello, che si allontana dalla "bella maniera" serena e ideale della Scuola di Atene per abbracciare un linguaggio più dinamico e monumentale, stimolato anche dalla visione della pittura michelangiolesca sulla volta della Sistina, realizzata in quegli stessi anni. L'affresco si configura come un capolavoro di propaganda pontificia, dove il potere della Chiesa e la sua protezione divina sono rappresentati con forza in un momento di grande crisi. L'inclusione del Papa come testimone rende l'opera una potentissima affermazione di potere temporale e spirituale che trascende la mera illustrazione biblica, aprendo la strada alle successive evoluzioni artistiche del Cinquecento.
Le quattro pareti della stanza di Eliodoro vedono raffigurate, oltre alla Cacciata di Eliodoro dal Tempio, anche L’incontro fra Leone I e Attila, La Messa di Bolsena e La Liberazione di San Pietro. Il modello dipinto da Raffaello. L’immagine ideata da Raffaello riscosse ampia fortuna non solo nelle prove a pennello, ma anche nelle repliche a incisione, come quelle realizzate da Giovanni Volpato (1735-1803) nel XVIII secolo.

Per i dipinti acquistati all'estero: dopo il pagamento verrà avviata la procedura per ottenere la licenza di esportazione (ALC). Tutti i pezzi d'antiquariato inviati all'estero dall'Italia hanno bisogno di questo documento, rilasciato dal Ministero dei Beni Culturali. La procedura potrebbe richiedere da 3 a 5 settimane dalla richiesta, quindi, non appena avremo il documento verrà spedito il dipinto.

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Michaela Scharnreithner
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