Vincenzo Raimondo - Corpi in prestito - Captive 1/10






Ha oltre dieci anni di esperienza nel campo dell'arte, specializzandosi in fotografia del dopoguerra e arte contemporanea.
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Descrizione del venditore
Venduto con Cornice nera 50x35 cm e Passepartout 30x45
Foto: FineArt 30 x 45 - Superficie: Hahnemühle Museum Etching
Questa fotografia, della serie "Corpi in prestisto" racconta un amore sospeso, fragile come il vetro che lo contiene. La figura femminile è raccolta sotto un bicchiere capovolto, trasformato in una piccola architettura dell’anima: trasparente, delicata, apparentemente innocua. Non nasconde, ma separa. Non cancella, ma rende irraggiungibile.
Il bicchiere diventa così una protezione ambigua, una carezza che trattiene, un riparo che lentamente somiglia a una gabbia. Dentro c’è un corpo custodito, forse amato, forse isolato. Fuori resta il mondo, con la sua promessa di libertà e il suo rischio.
La figura maschile sullo sfondo appare sfocata, quasi un ricordo o una presenza mai del tutto compiuta. È lì, ma distante. Veglia, osserva, incombe. La sua assenza visiva diventa presenza emotiva: un legame che non ha bisogno di mostrarsi chiaramente per pesare.
L’immagine parla del punto sottile in cui la protezione può diventare possesso, e l’amore può confondersi con l’ossessione. Tra chi resta dentro e chi rimane fuori si apre uno spazio silenzioso, fatto di desiderio, paura, cura e privazione. Una fotografia delicata e inquieta, dove la trasparenza non libera: rivela.
****
“Corpi in prestito” è una serie fotografica costruita attorno a figure anonime, manichini senza volto che diventano presenze universali. Inseriti dentro oggetti quotidiani, questi piccoli corpi assumono una sorprendente intensità emotiva: abitano clessidre, bottiglie, bicchieri, campane di vetro e scatole trasparenti come fossero stanze interiori, luoghi di protezione e insieme di prigionia.
La forza del progetto nasce dal contrasto tra la freddezza artificiale dei soggetti e la profondità simbolica delle situazioni. Ogni immagine è un piccolo teatro silenzioso, dove il gesto e la postura sostituiscono l’espressione del volto. Il tempo, l’attesa, l’isolamento, la dipendenza, il desiderio e la fragilità vengono raccontati attraverso composizioni essenziali, luci controllate e una regia visiva attenta.
La serie possiede una qualità narrativa rara: non descrive, suggerisce. Non impone una storia, ma lascia allo spettatore il compito di riconoscersi in quei corpi muti, sospesi tra ironia e malinconia. Gli oggetti comuni perdono la loro funzione pratica e diventano paesaggi psicologici, scenari in cui la condizione umana appare piccola, vulnerabile, ma ancora capace di resistere.
In queste fotografie il soggetto non è il manichino, ma ciò che il manichino rappresenta: l’essere umano davanti al peso del tempo, alla necessità di proteggersi, al bisogno di contatto, alla tentazione della fuga. Una serie minimale solo in apparenza, che usa pochi elementi per costruire un immaginario potente, riconoscibile e profondamente contemporaneo.
***********
“L’arte nasce dove l’imperfezione smette di essere un difetto e diventa linguaggio.”
Vincenzo Raimondo
è un artista contemporaneo italiano nato e attivo a Palermo. Autodidatta, sviluppa una ricerca pittorica personale che attraversa astrazione materica, minimalismo e figurazione contemporanea, senza aderire a schemi stilistici rigidi.
La sua pittura prende forma dall’osservazione del quotidiano: oggetti comuni, ricordi, simboli culturali e frammenti emotivi vengono trasformati in immagini essenziali, capaci di creare un dialogo diretto con chi osserva. Il segno, la materia e il vuoto diventano parte integrante della narrazione visiva.
Nel corso degli anni ha partecipato a eventi artistici, mostre collettive ed estemporanee nel territorio palermitano, maturando un linguaggio riconoscibile che unisce immediatezza visiva e ricerca emotiva. La sua presenza in iniziative artistiche locali e manifestazioni culturali ha contribuito alla costruzione di un percorso indipendente e coerente.
Tra le esperienze più rilevanti figurano la partecipazione a collettive ed eventi artistici a Palermo e attività espositive legate al panorama creativo siciliano contemporaneo.
Nel 2015 e nel 2016 è stato finalista al concorso nazionale Sunday Painters promosso da La Stampa nell’ambito di Artissima, distinguendosi tra migliaia di artisti partecipanti. Nel 2016 ha ricevuto il Premio della Critica, riconoscimento che ha rappresentato un passaggio significativo nella definizione della propria identità artistica.
La produzione di Vincenzo Raimondo si sviluppa attraverso diverse serie tematiche. Tra queste, la serie Fly rappresenta una delle più riconoscibili: composizioni minimali e poetiche in cui piccoli elementi sospesi evocano leggerezza, memoria e desiderio di evasione. Accanto a questa ricerca convivono opere materiche, reinterpretazioni contemporanee della cultura siciliana e lavori ispirati all’immaginario pop e cinematografico.
Ogni opera nasce da un processo istintivo e sperimentale, dove l’imperfezione viene accolta come parte autentica del percorso creativo. Superfici grezze, stratificazioni, segni volutamente irregolari e matericità non vengono nascosti, ma valorizzati come tracce vive dell’opera stessa.
Per Raimondo, l’arte non è semplice decorazione, ma presenza emotiva: un modo diretto e sincero di trasformare esperienze, memoria e osservazione in immagini contemporanee.
Il venditore si racconta
Venduto con Cornice nera 50x35 cm e Passepartout 30x45
Foto: FineArt 30 x 45 - Superficie: Hahnemühle Museum Etching
Questa fotografia, della serie "Corpi in prestisto" racconta un amore sospeso, fragile come il vetro che lo contiene. La figura femminile è raccolta sotto un bicchiere capovolto, trasformato in una piccola architettura dell’anima: trasparente, delicata, apparentemente innocua. Non nasconde, ma separa. Non cancella, ma rende irraggiungibile.
Il bicchiere diventa così una protezione ambigua, una carezza che trattiene, un riparo che lentamente somiglia a una gabbia. Dentro c’è un corpo custodito, forse amato, forse isolato. Fuori resta il mondo, con la sua promessa di libertà e il suo rischio.
La figura maschile sullo sfondo appare sfocata, quasi un ricordo o una presenza mai del tutto compiuta. È lì, ma distante. Veglia, osserva, incombe. La sua assenza visiva diventa presenza emotiva: un legame che non ha bisogno di mostrarsi chiaramente per pesare.
L’immagine parla del punto sottile in cui la protezione può diventare possesso, e l’amore può confondersi con l’ossessione. Tra chi resta dentro e chi rimane fuori si apre uno spazio silenzioso, fatto di desiderio, paura, cura e privazione. Una fotografia delicata e inquieta, dove la trasparenza non libera: rivela.
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“Corpi in prestito” è una serie fotografica costruita attorno a figure anonime, manichini senza volto che diventano presenze universali. Inseriti dentro oggetti quotidiani, questi piccoli corpi assumono una sorprendente intensità emotiva: abitano clessidre, bottiglie, bicchieri, campane di vetro e scatole trasparenti come fossero stanze interiori, luoghi di protezione e insieme di prigionia.
La forza del progetto nasce dal contrasto tra la freddezza artificiale dei soggetti e la profondità simbolica delle situazioni. Ogni immagine è un piccolo teatro silenzioso, dove il gesto e la postura sostituiscono l’espressione del volto. Il tempo, l’attesa, l’isolamento, la dipendenza, il desiderio e la fragilità vengono raccontati attraverso composizioni essenziali, luci controllate e una regia visiva attenta.
La serie possiede una qualità narrativa rara: non descrive, suggerisce. Non impone una storia, ma lascia allo spettatore il compito di riconoscersi in quei corpi muti, sospesi tra ironia e malinconia. Gli oggetti comuni perdono la loro funzione pratica e diventano paesaggi psicologici, scenari in cui la condizione umana appare piccola, vulnerabile, ma ancora capace di resistere.
In queste fotografie il soggetto non è il manichino, ma ciò che il manichino rappresenta: l’essere umano davanti al peso del tempo, alla necessità di proteggersi, al bisogno di contatto, alla tentazione della fuga. Una serie minimale solo in apparenza, che usa pochi elementi per costruire un immaginario potente, riconoscibile e profondamente contemporaneo.
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“L’arte nasce dove l’imperfezione smette di essere un difetto e diventa linguaggio.”
Vincenzo Raimondo
è un artista contemporaneo italiano nato e attivo a Palermo. Autodidatta, sviluppa una ricerca pittorica personale che attraversa astrazione materica, minimalismo e figurazione contemporanea, senza aderire a schemi stilistici rigidi.
La sua pittura prende forma dall’osservazione del quotidiano: oggetti comuni, ricordi, simboli culturali e frammenti emotivi vengono trasformati in immagini essenziali, capaci di creare un dialogo diretto con chi osserva. Il segno, la materia e il vuoto diventano parte integrante della narrazione visiva.
Nel corso degli anni ha partecipato a eventi artistici, mostre collettive ed estemporanee nel territorio palermitano, maturando un linguaggio riconoscibile che unisce immediatezza visiva e ricerca emotiva. La sua presenza in iniziative artistiche locali e manifestazioni culturali ha contribuito alla costruzione di un percorso indipendente e coerente.
Tra le esperienze più rilevanti figurano la partecipazione a collettive ed eventi artistici a Palermo e attività espositive legate al panorama creativo siciliano contemporaneo.
Nel 2015 e nel 2016 è stato finalista al concorso nazionale Sunday Painters promosso da La Stampa nell’ambito di Artissima, distinguendosi tra migliaia di artisti partecipanti. Nel 2016 ha ricevuto il Premio della Critica, riconoscimento che ha rappresentato un passaggio significativo nella definizione della propria identità artistica.
La produzione di Vincenzo Raimondo si sviluppa attraverso diverse serie tematiche. Tra queste, la serie Fly rappresenta una delle più riconoscibili: composizioni minimali e poetiche in cui piccoli elementi sospesi evocano leggerezza, memoria e desiderio di evasione. Accanto a questa ricerca convivono opere materiche, reinterpretazioni contemporanee della cultura siciliana e lavori ispirati all’immaginario pop e cinematografico.
Ogni opera nasce da un processo istintivo e sperimentale, dove l’imperfezione viene accolta come parte autentica del percorso creativo. Superfici grezze, stratificazioni, segni volutamente irregolari e matericità non vengono nascosti, ma valorizzati come tracce vive dell’opera stessa.
Per Raimondo, l’arte non è semplice decorazione, ma presenza emotiva: un modo diretto e sincero di trasformare esperienze, memoria e osservazione in immagini contemporanee.
