Signed; Antoine D'Agata - Ice - 2012





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Descrizione del venditore
Il 1º dicembre 2010, Antoine d’Agata scrisse: “Negli ultimi due anni non sono stato più in grado di fotografare. Come si può trasmettere l’intensità della realtà attraverso un linguaggio che resta banale e artificiale di fronte alla violenza dei sensi spinti all’eccesso?” Preparando i testi per la pubblicazione di Ice, il fotografo ha scelto di chiedere l’intervento di Rafael Garrido. Antoine d’Agata rinuncia al controllo: affida le proprie parole nelle mani di qualcun altro, proprio come spesso affida la macchina fotografica a diverse persone, chiedendo loro di fotografare le situazioni nelle quali lui stesso è stato immerso. Una perdita di controllo. «Inerte di fronte a un destino premeditato, al disordine delle cose e alle regole degli uomini, mi striscio. Mi guari di essere un uomo attraverso il dubbio, e attraverso il gioco.»
È, infatti, una questione di guarire se stessi attraverso l’altro, attraverso la creazione di una comunità legata dalla passione: «All’interno del circolo chiuso della povertà, la dipendenza chimica si diffonde e lentamente instaura la necessità evidente di degenerazione, di un nuovo ordine sociale che prendesse la forma di un’orgia. La presenza tentacolare della malattia occupa gli spazi e i corpi che attraversano, e che mi attraversano.
L’odore della morte permea i nostri sogni e i nostri abbracci. Le prostitute contaminate dal virus si offrono alla morte, così come si arrendono al mondo che passa attraverso di loro.» I corpi toccano dunque, si scontrano, si assorbono a vicenda e si dissolvono nelle immagini; i nomi delle donne—Ka, Srei Lea, Avi, Lili, Bopha—si fondono nello scritto in un’unica «ragazzina senza nome». Lo specchio delle apparenze è frantumato; la realtà è cruda. Eppure nulla nel lavoro di d’Agata è gratuito: in definitiva, è il nostro mondo e la sua disumanità ad essere denunciati. L’orrore che emerge nel corso delle pagine non è tanto un «viaggio verso la notte» di un fotografo quanto l’indicibile sporcizia e l’ipocrisia violenta di un sistema che schiaccia la carne di chi è stato privato di una voce.
Antoine d’Agata documenta ciò che sperimenta nel momento stesso in cui lo vive—cioè ovunque nel mondo. Recca esperienze ordinarie o estreme sulla carta. Le fotografie nascono dagli incontri casuali e dalle situazioni che si verificano lungo il cammino. Per quanto possibile, le scelte sono inconscie. Eppure le ossessioni restano le stesse: la strada, la paura, l’oscurità, l’atto sessuale. La brutalità della forma e l’esagerazione della visione ci impongono, più di immagini che pretendono di documentare, di confrontarci con la realtà di ciò che stiamo vedendo. Lo spettatore può allora esistere davvero, non più trovarsi nella posizione di voyeur o consumatore, ma condividendo un’ esperienza estrema e mettendo in discussione sia lo stato del mondo sia la propria condizione. Ice è concepito come un diario intimo che abbraccia il periodo dal 1999 a oggi, combinando fotografie, uso di droghe e atti sessuali.
—Raphaël Garrido
Il 1º dicembre 2010, Antoine d’Agata scrisse: “Negli ultimi due anni non sono stato più in grado di fotografare. Come si può trasmettere l’intensità della realtà attraverso un linguaggio che resta banale e artificiale di fronte alla violenza dei sensi spinti all’eccesso?” Preparando i testi per la pubblicazione di Ice, il fotografo ha scelto di chiedere l’intervento di Rafael Garrido. Antoine d’Agata rinuncia al controllo: affida le proprie parole nelle mani di qualcun altro, proprio come spesso affida la macchina fotografica a diverse persone, chiedendo loro di fotografare le situazioni nelle quali lui stesso è stato immerso. Una perdita di controllo. «Inerte di fronte a un destino premeditato, al disordine delle cose e alle regole degli uomini, mi striscio. Mi guari di essere un uomo attraverso il dubbio, e attraverso il gioco.»
È, infatti, una questione di guarire se stessi attraverso l’altro, attraverso la creazione di una comunità legata dalla passione: «All’interno del circolo chiuso della povertà, la dipendenza chimica si diffonde e lentamente instaura la necessità evidente di degenerazione, di un nuovo ordine sociale che prendesse la forma di un’orgia. La presenza tentacolare della malattia occupa gli spazi e i corpi che attraversano, e che mi attraversano.
L’odore della morte permea i nostri sogni e i nostri abbracci. Le prostitute contaminate dal virus si offrono alla morte, così come si arrendono al mondo che passa attraverso di loro.» I corpi toccano dunque, si scontrano, si assorbono a vicenda e si dissolvono nelle immagini; i nomi delle donne—Ka, Srei Lea, Avi, Lili, Bopha—si fondono nello scritto in un’unica «ragazzina senza nome». Lo specchio delle apparenze è frantumato; la realtà è cruda. Eppure nulla nel lavoro di d’Agata è gratuito: in definitiva, è il nostro mondo e la sua disumanità ad essere denunciati. L’orrore che emerge nel corso delle pagine non è tanto un «viaggio verso la notte» di un fotografo quanto l’indicibile sporcizia e l’ipocrisia violenta di un sistema che schiaccia la carne di chi è stato privato di una voce.
Antoine d’Agata documenta ciò che sperimenta nel momento stesso in cui lo vive—cioè ovunque nel mondo. Recca esperienze ordinarie o estreme sulla carta. Le fotografie nascono dagli incontri casuali e dalle situazioni che si verificano lungo il cammino. Per quanto possibile, le scelte sono inconscie. Eppure le ossessioni restano le stesse: la strada, la paura, l’oscurità, l’atto sessuale. La brutalità della forma e l’esagerazione della visione ci impongono, più di immagini che pretendono di documentare, di confrontarci con la realtà di ciò che stiamo vedendo. Lo spettatore può allora esistere davvero, non più trovarsi nella posizione di voyeur o consumatore, ma condividendo un’ esperienza estrema e mettendo in discussione sia lo stato del mondo sia la propria condizione. Ice è concepito come un diario intimo che abbraccia il periodo dal 1999 a oggi, combinando fotografie, uso di droghe e atti sessuali.
—Raphaël Garrido

