Sasho Violetov - It's fine!





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Una pittura acrilica 50×50 cm di Sasho Violetov, intitolata 'It's fine!', edizione originale del 2026, firmata a mano, in eccellente stato, prodotta in Bulgaria in uno stile contemporaneo, con colori blu, nero, grigio e bianco, peso 1 kg, venduta direttamente dall'artista.
Descrizione del venditore
Sono nato a Sofia, dove vivo e lavoro attualmente. Possiedo una laurea triennale e una laurea magistrale in pittura murale presso l’Accademia Nazionale delle Belle Arti di Sofia. Ho partecipato a mostre personali e collettive, festival e biennali in Bulgaria e nel Regno Unito. Nel 2022 ho avuto il privilegio di essere residente nel programma di residenza presso la Cité Internationale des Arts di Parigi.
Un uomo in un abito da lavoro perfettamente su misura è piegato nella geometria precisa di un quadrato. Ogni curva del suo corpo appare intenzionale, come se si fosse volontariamente trasformato in un elemento architettonico. Il quadrato è immacolato—stabile, efficiente, prevedibile. Il volto rimane composto, né sorridente né sofferente, incarnando la neutralità emotiva attesa negli ambienti professionali.
Una mano fuoriesce dalla composizione, dando un inconfondibile pollice in su. A prima vista comunica approvazione, successo, resilienza, e il familiare messaggio aziendale che tutto sia sotto controllo. Il gesto rassicura lo spettatore che la figura si sia adattata perfettamente alla sua condizione.
Il nucleo concettuale dell’opera risiede in una verità celata: il pollice in su esiste solo perché l’uomo è stato piegato nel quadrato. Se il corpo fosse srotolato nella sua postura naturale, eretta, la stessa mano indicherebbe verso il basso—un segnale universale di disapprovazione, fallimento o rifiuto. Il segnale positivo è dunque non genuino ma fabbricato dalla distorsione.
L’approvazione è prodotta dalla compressione. Più il corpo si conforma alla struttura imposta, più convincente diventa il messaggio che “tutto va bene”. La libertà, tuttavia, inverte quel messaggio. Fuori dal sistema, la posizione reale del corpo rivela il sentimento opposto.
La quadratura simbolizza l’ordine istituzionale—cultura aziendale, burocrazia, produttività e attese sociali. L’abito rinforza la figura come un uomo qualunque della vita professionale moderna, qualcuno la cui identità è diventata inseparabile dalla performance. Piuttosto che esprimere un’emozione autentica, il corpo ha imparato a comunicare il messaggio richiesto dall’ambiente.
L’opera indaga su quanto spesso le persone segnalino pubblicamente soddisfazione mentre privatamente incarnano l’opposto. Suggerisce che l’ottimismo possa diventare un sottoprodotto della vincolazione—i sistemi capaci di piegare gli individui in forme accettabili possono anche manipolare i gesti stessi con cui quegli individui sembrano acconsentire. L’opera invita gli spettatori a chiedersi se il “pollice in su” sia un’espressione di vero consenso o semplicemente la postura richiesta per entrare nel quadrato.
Sono nato a Sofia, dove vivo e lavoro attualmente. Possiedo una laurea triennale e una laurea magistrale in pittura murale presso l’Accademia Nazionale delle Belle Arti di Sofia. Ho partecipato a mostre personali e collettive, festival e biennali in Bulgaria e nel Regno Unito. Nel 2022 ho avuto il privilegio di essere residente nel programma di residenza presso la Cité Internationale des Arts di Parigi.
Un uomo in un abito da lavoro perfettamente su misura è piegato nella geometria precisa di un quadrato. Ogni curva del suo corpo appare intenzionale, come se si fosse volontariamente trasformato in un elemento architettonico. Il quadrato è immacolato—stabile, efficiente, prevedibile. Il volto rimane composto, né sorridente né sofferente, incarnando la neutralità emotiva attesa negli ambienti professionali.
Una mano fuoriesce dalla composizione, dando un inconfondibile pollice in su. A prima vista comunica approvazione, successo, resilienza, e il familiare messaggio aziendale che tutto sia sotto controllo. Il gesto rassicura lo spettatore che la figura si sia adattata perfettamente alla sua condizione.
Il nucleo concettuale dell’opera risiede in una verità celata: il pollice in su esiste solo perché l’uomo è stato piegato nel quadrato. Se il corpo fosse srotolato nella sua postura naturale, eretta, la stessa mano indicherebbe verso il basso—un segnale universale di disapprovazione, fallimento o rifiuto. Il segnale positivo è dunque non genuino ma fabbricato dalla distorsione.
L’approvazione è prodotta dalla compressione. Più il corpo si conforma alla struttura imposta, più convincente diventa il messaggio che “tutto va bene”. La libertà, tuttavia, inverte quel messaggio. Fuori dal sistema, la posizione reale del corpo rivela il sentimento opposto.
La quadratura simbolizza l’ordine istituzionale—cultura aziendale, burocrazia, produttività e attese sociali. L’abito rinforza la figura come un uomo qualunque della vita professionale moderna, qualcuno la cui identità è diventata inseparabile dalla performance. Piuttosto che esprimere un’emozione autentica, il corpo ha imparato a comunicare il messaggio richiesto dall’ambiente.
L’opera indaga su quanto spesso le persone segnalino pubblicamente soddisfazione mentre privatamente incarnano l’opposto. Suggerisce che l’ottimismo possa diventare un sottoprodotto della vincolazione—i sistemi capaci di piegare gli individui in forme accettabili possono anche manipolare i gesti stessi con cui quegli individui sembrano acconsentire. L’opera invita gli spettatori a chiedersi se il “pollice in su” sia un’espressione di vero consenso o semplicemente la postura richiesta per entrare nel quadrato.

