Tito Livio - Le Deche delle Historie Romane - 1540






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Le Deche delle Historie Romane di Tito Livio, prima edizione veneziana del 1540 tradotta da Jacopo Nardi, rilegata in pergamena, in italiano, 484 pagine, ottime condizioni.
Descrizione del venditore
L’autore dell’originale
Tito Livio (Padova, 59 a.C. – 17 d.C.) è uno dei maggiori storici di Roma antica. La sua opera monumentale, Ab Urbe Condita Libri, narrava la storia di Roma dalla fondazione mitica (753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.) in 142 libri. Di questi ci sono pervenuti soltanto 35 libri completi (le Deche I, III, IV e parte della V), oltre a riassunti (Periochae) degli altri. Livio scrisse sotto Augusto, celebrando le virtù repubblicane e il destino di Roma, con uno stile elevato e moraleggiante che influenzò profondamente l’umanesimo rinascimentale.
Il traduttore
Jacopo (o Iacopo) Nardi (Firenze, 1476 – Venezia, 1563) fu storico, letterato e uomo politico fiorentino di ferma fede repubblicana. Partecipò attivamente alla vita della Repubblica fiorentina, fu Priore e Gonfaloniere, frequentò gli Orti Oricellari e fu vicino alle idee di Machiavelli. Dopo il ritorno dei Medici e la caduta definitiva della Repubblica (1530-1532), venne dichiarato ribelle, ebbe i beni confiscati e si rifugiò a Venezia, dove visse da esule.
La traduzione di Livio, pubblicata nel 1540, nacque proprio in questo periodo di esilio: Nardi vi lavorò per necessità economiche e per ideologia. Livio rappresentava per lui il modello della virtù civica e della libertà repubblicana, in netto contrasto con il principato mediceo. L’opera è dedicata ad Alfonso d’Avalos, marchese del Vasto, capitano generale dell’imperatore Carlo V in Italia.
Lo stampatore
L’edizione uscì presso gli eredi di Luc’Antonio Giunti (o Giunta), una delle più importanti famiglie di stampatori del Rinascimento. Luc’Antonio Giunti il Vecchio (Firenze 1457 – Venezia 1538), fiorentino trasferitosi a Venezia, aveva fondato una potente tipografia specializzata in opere liturgiche e classici. Alla sua morte (1538) l’azienda passò ai figli Tommaso e Giovanni Maria, che continuarono a firmarsi «Eredi di Luc’Antonio Giunti Fiorentino». Il celebre marchio tipografico del giglio fiorentino (visibile nel frontespizio) era il loro segno distintivo. L’edizione del 1540 è in folio e rappresenta un tipico prodotto di alta qualità della tipografia veneziana del Cinquecento.
Contenuto e caratteristiche dell’edizione
Nardi traduce le Deche superstiti di Livio in un toscano colto e scorrevole. Aggiunge:
postille marginali che spiegano termini antichi, toponimi, fiumi, monti e luoghi, aggiornandoli con i nomi moderni;
la valuta delle monete romane convertita in valori del Cinquecento;
la dichiarazione delle misure antiche.
Questi strumenti rendevano l’opera accessibile e utile non solo ai letterati, ma anche a chi voleva comprendere concretamente il mondo romano. Successive ristampe (1547, 1554 ecc.) arricchirono ulteriormente il testo con indici e tavole.
Significato storico e collegamenti
Questa traduzione ha un forte valore politico e culturale. Nel 1540 Cosimo I de’ Medici stava consolidando il Ducato di Toscana e la Repubblica fiorentina era ormai un ricordo. Nardi, esule a Venezia, sceglie deliberatamente Livio – lo storico della libertas romana – come modello. L’operazione si inserisce nella tradizione umanistica fiorentina che, da Machiavelli (Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio) in poi, aveva letto Livio come maestro di virtù civica e di governo repubblicano.
Collegamenti storici rilevanti:
la caduta della Repubblica fiorentina (1529-1530) e l’assedio di Firenze;
l’esilio dei fuoriusciti a Venezia;
la figura di Alfonso d’Avalos, dedicatario e potente militare imperiale;
la continuità con il pensiero machiavelliano e con gli ambienti degli Orti Oricellari.
L’opera contribuì inoltre a consolidare il volgare toscano come lingua letteraria e storiografica, in un momento in cui la questione della lingua era ancora aperta.
Conclusione
Le Deche delle Historie Romane nella traduzione di Jacopo Nardi del 1540 non è soltanto una bella edizione tipografica del Rinascimento veneziano, ma un testo carico di significato politico e culturale. Attraverso la voce di Livio, un esule fiorentino parlava ancora di libertà, virtù e civismo in un’Italia dominata da principi e imperatori. Oggi questo volume, con le sue pagine antiche e il frontespizio ornato dal giglio dei Giunti, resta una testimonianza concreta del dialogo continuo tra Roma antica e l’Italia del Cinquecento, e del ruolo che la traduzione ebbe nel mantenere viva l’idea repubblicana anche nei momenti più bui.
Collazione e stato di preservazione:
6pp; (484pp) ottimo stato di preservazione da sottolineare lievi fioriture e smussature ma nel complesso ottimo esemplare
Spedizione:
express che vi permettera di ricevere il libro in sole 24h lavorative in tutta UE mentre per i paesi extra UE 48h lavorative.
L’autore dell’originale
Tito Livio (Padova, 59 a.C. – 17 d.C.) è uno dei maggiori storici di Roma antica. La sua opera monumentale, Ab Urbe Condita Libri, narrava la storia di Roma dalla fondazione mitica (753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.) in 142 libri. Di questi ci sono pervenuti soltanto 35 libri completi (le Deche I, III, IV e parte della V), oltre a riassunti (Periochae) degli altri. Livio scrisse sotto Augusto, celebrando le virtù repubblicane e il destino di Roma, con uno stile elevato e moraleggiante che influenzò profondamente l’umanesimo rinascimentale.
Il traduttore
Jacopo (o Iacopo) Nardi (Firenze, 1476 – Venezia, 1563) fu storico, letterato e uomo politico fiorentino di ferma fede repubblicana. Partecipò attivamente alla vita della Repubblica fiorentina, fu Priore e Gonfaloniere, frequentò gli Orti Oricellari e fu vicino alle idee di Machiavelli. Dopo il ritorno dei Medici e la caduta definitiva della Repubblica (1530-1532), venne dichiarato ribelle, ebbe i beni confiscati e si rifugiò a Venezia, dove visse da esule.
La traduzione di Livio, pubblicata nel 1540, nacque proprio in questo periodo di esilio: Nardi vi lavorò per necessità economiche e per ideologia. Livio rappresentava per lui il modello della virtù civica e della libertà repubblicana, in netto contrasto con il principato mediceo. L’opera è dedicata ad Alfonso d’Avalos, marchese del Vasto, capitano generale dell’imperatore Carlo V in Italia.
Lo stampatore
L’edizione uscì presso gli eredi di Luc’Antonio Giunti (o Giunta), una delle più importanti famiglie di stampatori del Rinascimento. Luc’Antonio Giunti il Vecchio (Firenze 1457 – Venezia 1538), fiorentino trasferitosi a Venezia, aveva fondato una potente tipografia specializzata in opere liturgiche e classici. Alla sua morte (1538) l’azienda passò ai figli Tommaso e Giovanni Maria, che continuarono a firmarsi «Eredi di Luc’Antonio Giunti Fiorentino». Il celebre marchio tipografico del giglio fiorentino (visibile nel frontespizio) era il loro segno distintivo. L’edizione del 1540 è in folio e rappresenta un tipico prodotto di alta qualità della tipografia veneziana del Cinquecento.
Contenuto e caratteristiche dell’edizione
Nardi traduce le Deche superstiti di Livio in un toscano colto e scorrevole. Aggiunge:
postille marginali che spiegano termini antichi, toponimi, fiumi, monti e luoghi, aggiornandoli con i nomi moderni;
la valuta delle monete romane convertita in valori del Cinquecento;
la dichiarazione delle misure antiche.
Questi strumenti rendevano l’opera accessibile e utile non solo ai letterati, ma anche a chi voleva comprendere concretamente il mondo romano. Successive ristampe (1547, 1554 ecc.) arricchirono ulteriormente il testo con indici e tavole.
Significato storico e collegamenti
Questa traduzione ha un forte valore politico e culturale. Nel 1540 Cosimo I de’ Medici stava consolidando il Ducato di Toscana e la Repubblica fiorentina era ormai un ricordo. Nardi, esule a Venezia, sceglie deliberatamente Livio – lo storico della libertas romana – come modello. L’operazione si inserisce nella tradizione umanistica fiorentina che, da Machiavelli (Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio) in poi, aveva letto Livio come maestro di virtù civica e di governo repubblicano.
Collegamenti storici rilevanti:
la caduta della Repubblica fiorentina (1529-1530) e l’assedio di Firenze;
l’esilio dei fuoriusciti a Venezia;
la figura di Alfonso d’Avalos, dedicatario e potente militare imperiale;
la continuità con il pensiero machiavelliano e con gli ambienti degli Orti Oricellari.
L’opera contribuì inoltre a consolidare il volgare toscano come lingua letteraria e storiografica, in un momento in cui la questione della lingua era ancora aperta.
Conclusione
Le Deche delle Historie Romane nella traduzione di Jacopo Nardi del 1540 non è soltanto una bella edizione tipografica del Rinascimento veneziano, ma un testo carico di significato politico e culturale. Attraverso la voce di Livio, un esule fiorentino parlava ancora di libertà, virtù e civismo in un’Italia dominata da principi e imperatori. Oggi questo volume, con le sue pagine antiche e il frontespizio ornato dal giglio dei Giunti, resta una testimonianza concreta del dialogo continuo tra Roma antica e l’Italia del Cinquecento, e del ruolo che la traduzione ebbe nel mantenere viva l’idea repubblicana anche nei momenti più bui.
Collazione e stato di preservazione:
6pp; (484pp) ottimo stato di preservazione da sottolineare lievi fioriture e smussature ma nel complesso ottimo esemplare
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