Filippo Palizzi (1818-1899) - Il riposo

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Il riposo, pittura ad olio del XIX secolo di Filippo Palizzi (1818–1899), Italia, 64 cm di altezza e 91 cm di larghezza, fornita con cornice.

Riepilogo creato con l’aiuto dell’IA

Descrizione del venditore

Filippo Palizzi (Vasto, 16 giugno 1818 – Napoli, 11 settembre 1899) il riposo
dimensioni con cornice cm 108x81. la cornice non fa parte dell'opera ma e in omaggio
collezione privata
l'opera a corredo ha
certificato garanzia galleria d'arte
opera pubblicata o esposizione con numero tavola come si vede dal retro
si spediscie solo assicurata con corriere DHL
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Filippo Palizzi (Vasto, 16 giugno 1818 – Napoli, 11 settembre 1899) è stato un pittore italiano, nativo dell'Abruzzo ma di formazione napoletana. Fu uno dei maggiori artisti italiani della seconda metà del XIX secolo[1] e uno dei precursori più originali del verismo in pittura.

Biografia

I viggianesi, da Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti, F. Palizzi dis, F. P. inc[2]
Filippo Palizzi nacque a Vasto il 16 giugno 1818, quinto di tredici figli. Il padre era stato avvocato, poi si era impiegato.[3][4]

Nel 1836 Filippo poté raggiungere il fratello Giuseppe a Napoli e l'anno seguente fu ammesso alla Reale Accademia di belle arti.[5] Quando Filippo arrivò all'Accademia, la cattedra di paesaggio era tenuta da Gabriele Smargiassi, proveniente da una benestante famiglia reazionaria di Vasto, in conflitto con la famiglia Palizzi, di idee carbonare.[6] Anche per divergenze artistiche, Filippo abbandonò l'Accademia qualche mese dopo la sua ammissione; i motivi di tale scelta furono esplicitati anni dopo, intorno al 1862, in un saggio polemico dal titolo Un artista fatto dall'Istituto di Belle Arti, scritto subito dopo aver abbandonato una commissione incaricata di riformare l'Istituto.

Abbandonata l'Accademia, Filippo iniziò a frequentare lo studio del pittore abruzzese Giuseppe Bonolis, che indirizzava i suoi allievi allo studio del vero. Insoddisfatto, intraprese uno studio personale sul tema "ritrarre animali dal vero".[3] Nel 1839 espose per la prima volta un quadro nell'esposizione biennale al Reale Museo borbonico, uno Studio di animali, n. 152 del catalogo, che venne acquistato dalla Duchessa di Berry.[6] Il 25 ottobre 1842 intraprese il suo primo viaggio all'estero, seguendo un itinerario che lo portò a visitare La Valletta, Smirne, Costantinopoli, Galaţi, giungendo fino a Iași, dove era stato invitato dal principe Mourouzis per insegnare pittura al figlio.[7] Dopo due anni Filippo tornò a Napoli. S'interessò agli avvenimenti risorgimentali nel regno delle Due Sicilie intorno al 1848, come manifestato dai dipinti Sera del 18 febbraio 1848 a Napoli e Barricate del 15 maggio 1848.

Nel 1855 si recò dal fratello Giuseppe a Parigi, in vista dell'Esposizione universale. Qui Filippo conobbe artisti francesi, tra cui paesaggisti della scuola di Barbizon. Di ritorno dalla Francia, a Firenze incontrò Giovanni Fattori e altri pittori che avrebbero dato vita al movimento dei macchiaioli, ai quali mostrò gli studi dei barbizonniers che aveva portato dal recente viaggio nella capitale francese.[6]

Usi e costumi di Napoli

Autoritratto, 1860 ca., Musei di palazzo d'Avalos (Vasto)

Pastorello Abruzzese, olio su tela, 65x51 cm, collezione privata
Nei primi anni Cinquanta Filippo meritò una medaglia d'argento, ex aequo con l'Achille Vertunni, dall'Accademia di belle arti di Napoli e uno stipendio che permetteva ai due pittori di studiare a Roma.

Francesco de Bourcard, editore svizzero amante di Napoli, ideò una raccolta di acqueforti, tirate a torchio e colorate, che raffiguravano scene di vita popolare napoletana, Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti. De Bourcard si interessò della parte letteraria, coinvolgendo molti scrittori e giornalisti dell'epoca, mentre il Palizzi, con altri pittori e disegnatori, si occupò di quella artistica con i suoi disegni. Si trattava di testi cui si accompagnavano cento acqueforti (di cui realizzò i disegni per 49), in tiratura limitata di 100 copie. La raccolta, in due volumi, 1857 e 1866, diventò subito rara.[6] Dei due volumi esiste anche un esemplare in bianco e nero, in collezione privata[8].

Il rapporto di Palizzi con l'incisione non rimase limitato alla partecipazione editoriale a Usi e costumi di Napoli e contorni. Nel contesto napoletano fu particolarmente significativo il suo rapporto con gli artisti che si distaccavano dall'Accademia e, in particolare, con Francesco Di Bartolo[9], che pure si era formato nell'ambiente dell'Accademia di Belle Arti di Napoli ed era legato alla scuola di Tommaso Aloysio Juvara. Di Bartolo tradusse all'acquaforte diversi soggetti animalistici da Palizzi[10], ma il rapporto fra i due non si esaurì nella semplice collaborazione dell'incisore col pittore: Palizzi seguì da vicino in pittura il giovane artista e i suoi compagni, mentre Di Bartolo gli offrì consigli tecnici sull'incisione[11]. Ne risultò un dialogo concreto fra pittura e calcografia, nel quale l'osservazione del vero da parte di Palizzi trovò nell'acquaforte una diversa possibilità di resa, affidata alla traduzione autonoma del segno.

Dopo l'unità d'Italia
La vivace temperie napoletana produsse nel 1861 la fondazione della Società Promotrice di Belle Arti di Napoli, al fine di mettere in mostra e diffondere le opere degli artisti, poiché le esposizioni governative borboniche erano cessate. Filippo Palizzi fu il primo presidente della Società; presidente onorario fu il Principe Oddone di Savoia. La Società Promotrice napoletana si dimostrò una palestra vivace di discussione e di promozione dell'arte e non solo a Napoli[12].

Come critico, Palizzi fu severo contro la prima Esposizione Nazionale di Firenze del 1861, commentandola in una lettera all'amico Eleuterio Pagliano, del 28 ottobre 1861:

«L'Esposizione è un caos di Passato, Presente e Avvenire. Di opere buone poche, di mediocri molte, di pessime moltissime.»
(Filippo Palizzi in una lettera per Eleuterio Pagliano, 1861[13])

Nel 1864 fondò, insieme all'incisore siciliano Saro Cucinotta, il giornale L'arte moderna, dal sottotitolo Foglio da pubblicarsi finché non si sciolga il Reale Istituto di belle arti.[14]


Filippo Palizzi ritratto da Francesco Di Bartolo, acquaforte, Napoli, Collezione Natalia Di Bartolo
Nel 1867 in occasione dell'Esposizione Universale di Parigi, presentò sei dipinti, tra cui il Dopo il diluvio, commissionato nel 1861 da Vittorio Emanuele II e che ebbe un lungo periodo di incubazione, durante il quale il pittore dubitò di riuscire a realizzarlo. L'opera riscosse immediatamente un inatteso successo. La morte dei fratelli Nicola e Francesco Paolo, nel 1870 e nel 1871, segnarono il pittore vastese, che diventò solitario e scontroso ma che continuò a dipingere, ritirato nel suo studio. Si recò a Vienna nel 1873 per l'Esposizione Universale.

Nel 1878 Filippo si lasciò convincere da Francesco De Sanctis ministro della Pubblica Istruzione e da Morelli ad assumere la presidenza del Reale Istituto di belle arti di Napoli, con lo scopo di riformarlo e di rendere i metodi di insegnamento al passo coi tempi. Affrontò con impegno l'indisciplina degli alunni, la fiacchezza dell'insegnamento, l'anarchia del personale e il disordine amministrativo. Vennero istituite nuove materie, tra cui anatomia e studio delle piante, e vennero assunti due nuovi insegnanti. Nel 1880 chiese le dimissioni, che vennero inizialmente rifiutate[15], venendo accettate l'anno successivo.[16]

Il 24 ottobre 1881, su proposta del Morelli, ottenne la direzione dei Museo Artistico Industriale di Napoli e diede inizio all'officina di ceramica. Nel 1891 accettò di tornare alla presidenza dell'Istituto di Belle Arti, per un quinquennio, convinto dall'allora ministro della Pubblica istruzione Pasquale Villari. Nel 1896 il suo ruolo di presidente venne rinnovato per altri cinque anni.[6] L'11 settembre 1899 Filippo Palizzi morì a Napoli, all'età di ottantuno anni.

Stile e traduzione grafica

Dopo il diluvio
Rappresenta con il fratello Giuseppe, il primo tentativo di un indirizzo verista nella pittura italiana dell'Ottocento.

Sulla scia della Scuola di Posillipo e di una spontanea inclinazione orientò il suo lavoro verso una dettagliata osservazione del vero.[16]

Fu tra i primi pittori a interessarsi di fotografia e a praticarla, sulla base di conoscenze tecniche molto approfondite. Sappiamo infatti che fin dall'inizio degli anni cinquanta era in grado di preparare da solo le lastre fotografiche e utilizzava normalmente le immagini fotografiche, proprie o di altri, come modello per i suoi dipinti. Dalle sue lettere sappiamo che condivise la pratica con tutti i suoi fratelli.


La primavera, 1868 (Fondazione Cariplo)
Il suo stile, affine a quello del fratello che si formò indipendentemente da lui, si orientò verso una tecnica più minuta e statica, con dipinti di piccole vedute e angoli rustici dei dintorni di Napoli. Fu definito anche "il pittore degli animali".

La fortuna delle opere di Palizzi passò anche attraverso la loro traduzione grafica. I suoi soggetti di animali, fondati sull'osservazione diretta del vero e sulla resa minuta dei corpi, dei manti, degli atteggiamenti, trovarono nell'acquaforte un mezzo particolarmente adatto alla trasposizione del suo segno pittorico.


Francesco Di Bartolo, Asinello, capro e capretto con gallina, da Filippo Palizzi, acquaforte, Collezione Natalia Di Bartolo
Fra gli incisori che tradussero opere di Palizzi ebbe un ruolo Francesco Di Bartolo, autore di acqueforti tratte dai suoi soggetti animali. In queste traduzioni la pittura di Palizzi entrò nel linguaggio della calcografia, conservando la precisione naturalistica dell'immagine e trasformandola in tessitura lineare, chiaroscuro inciso e valore autonomo del segno[17].


#exceptionalart26


Filippo Palizzi (Vasto, 16 giugno 1818 – Napoli, 11 settembre 1899) il riposo
dimensioni con cornice cm 108x81. la cornice non fa parte dell'opera ma e in omaggio
collezione privata
l'opera a corredo ha
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opera pubblicata o esposizione con numero tavola come si vede dal retro
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Filippo Palizzi (Vasto, 16 giugno 1818 – Napoli, 11 settembre 1899) è stato un pittore italiano, nativo dell'Abruzzo ma di formazione napoletana. Fu uno dei maggiori artisti italiani della seconda metà del XIX secolo[1] e uno dei precursori più originali del verismo in pittura.

Biografia

I viggianesi, da Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti, F. Palizzi dis, F. P. inc[2]
Filippo Palizzi nacque a Vasto il 16 giugno 1818, quinto di tredici figli. Il padre era stato avvocato, poi si era impiegato.[3][4]

Nel 1836 Filippo poté raggiungere il fratello Giuseppe a Napoli e l'anno seguente fu ammesso alla Reale Accademia di belle arti.[5] Quando Filippo arrivò all'Accademia, la cattedra di paesaggio era tenuta da Gabriele Smargiassi, proveniente da una benestante famiglia reazionaria di Vasto, in conflitto con la famiglia Palizzi, di idee carbonare.[6] Anche per divergenze artistiche, Filippo abbandonò l'Accademia qualche mese dopo la sua ammissione; i motivi di tale scelta furono esplicitati anni dopo, intorno al 1862, in un saggio polemico dal titolo Un artista fatto dall'Istituto di Belle Arti, scritto subito dopo aver abbandonato una commissione incaricata di riformare l'Istituto.

Abbandonata l'Accademia, Filippo iniziò a frequentare lo studio del pittore abruzzese Giuseppe Bonolis, che indirizzava i suoi allievi allo studio del vero. Insoddisfatto, intraprese uno studio personale sul tema "ritrarre animali dal vero".[3] Nel 1839 espose per la prima volta un quadro nell'esposizione biennale al Reale Museo borbonico, uno Studio di animali, n. 152 del catalogo, che venne acquistato dalla Duchessa di Berry.[6] Il 25 ottobre 1842 intraprese il suo primo viaggio all'estero, seguendo un itinerario che lo portò a visitare La Valletta, Smirne, Costantinopoli, Galaţi, giungendo fino a Iași, dove era stato invitato dal principe Mourouzis per insegnare pittura al figlio.[7] Dopo due anni Filippo tornò a Napoli. S'interessò agli avvenimenti risorgimentali nel regno delle Due Sicilie intorno al 1848, come manifestato dai dipinti Sera del 18 febbraio 1848 a Napoli e Barricate del 15 maggio 1848.

Nel 1855 si recò dal fratello Giuseppe a Parigi, in vista dell'Esposizione universale. Qui Filippo conobbe artisti francesi, tra cui paesaggisti della scuola di Barbizon. Di ritorno dalla Francia, a Firenze incontrò Giovanni Fattori e altri pittori che avrebbero dato vita al movimento dei macchiaioli, ai quali mostrò gli studi dei barbizonniers che aveva portato dal recente viaggio nella capitale francese.[6]

Usi e costumi di Napoli

Autoritratto, 1860 ca., Musei di palazzo d'Avalos (Vasto)

Pastorello Abruzzese, olio su tela, 65x51 cm, collezione privata
Nei primi anni Cinquanta Filippo meritò una medaglia d'argento, ex aequo con l'Achille Vertunni, dall'Accademia di belle arti di Napoli e uno stipendio che permetteva ai due pittori di studiare a Roma.

Francesco de Bourcard, editore svizzero amante di Napoli, ideò una raccolta di acqueforti, tirate a torchio e colorate, che raffiguravano scene di vita popolare napoletana, Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti. De Bourcard si interessò della parte letteraria, coinvolgendo molti scrittori e giornalisti dell'epoca, mentre il Palizzi, con altri pittori e disegnatori, si occupò di quella artistica con i suoi disegni. Si trattava di testi cui si accompagnavano cento acqueforti (di cui realizzò i disegni per 49), in tiratura limitata di 100 copie. La raccolta, in due volumi, 1857 e 1866, diventò subito rara.[6] Dei due volumi esiste anche un esemplare in bianco e nero, in collezione privata[8].

Il rapporto di Palizzi con l'incisione non rimase limitato alla partecipazione editoriale a Usi e costumi di Napoli e contorni. Nel contesto napoletano fu particolarmente significativo il suo rapporto con gli artisti che si distaccavano dall'Accademia e, in particolare, con Francesco Di Bartolo[9], che pure si era formato nell'ambiente dell'Accademia di Belle Arti di Napoli ed era legato alla scuola di Tommaso Aloysio Juvara. Di Bartolo tradusse all'acquaforte diversi soggetti animalistici da Palizzi[10], ma il rapporto fra i due non si esaurì nella semplice collaborazione dell'incisore col pittore: Palizzi seguì da vicino in pittura il giovane artista e i suoi compagni, mentre Di Bartolo gli offrì consigli tecnici sull'incisione[11]. Ne risultò un dialogo concreto fra pittura e calcografia, nel quale l'osservazione del vero da parte di Palizzi trovò nell'acquaforte una diversa possibilità di resa, affidata alla traduzione autonoma del segno.

Dopo l'unità d'Italia
La vivace temperie napoletana produsse nel 1861 la fondazione della Società Promotrice di Belle Arti di Napoli, al fine di mettere in mostra e diffondere le opere degli artisti, poiché le esposizioni governative borboniche erano cessate. Filippo Palizzi fu il primo presidente della Società; presidente onorario fu il Principe Oddone di Savoia. La Società Promotrice napoletana si dimostrò una palestra vivace di discussione e di promozione dell'arte e non solo a Napoli[12].

Come critico, Palizzi fu severo contro la prima Esposizione Nazionale di Firenze del 1861, commentandola in una lettera all'amico Eleuterio Pagliano, del 28 ottobre 1861:

«L'Esposizione è un caos di Passato, Presente e Avvenire. Di opere buone poche, di mediocri molte, di pessime moltissime.»
(Filippo Palizzi in una lettera per Eleuterio Pagliano, 1861[13])

Nel 1864 fondò, insieme all'incisore siciliano Saro Cucinotta, il giornale L'arte moderna, dal sottotitolo Foglio da pubblicarsi finché non si sciolga il Reale Istituto di belle arti.[14]


Filippo Palizzi ritratto da Francesco Di Bartolo, acquaforte, Napoli, Collezione Natalia Di Bartolo
Nel 1867 in occasione dell'Esposizione Universale di Parigi, presentò sei dipinti, tra cui il Dopo il diluvio, commissionato nel 1861 da Vittorio Emanuele II e che ebbe un lungo periodo di incubazione, durante il quale il pittore dubitò di riuscire a realizzarlo. L'opera riscosse immediatamente un inatteso successo. La morte dei fratelli Nicola e Francesco Paolo, nel 1870 e nel 1871, segnarono il pittore vastese, che diventò solitario e scontroso ma che continuò a dipingere, ritirato nel suo studio. Si recò a Vienna nel 1873 per l'Esposizione Universale.

Nel 1878 Filippo si lasciò convincere da Francesco De Sanctis ministro della Pubblica Istruzione e da Morelli ad assumere la presidenza del Reale Istituto di belle arti di Napoli, con lo scopo di riformarlo e di rendere i metodi di insegnamento al passo coi tempi. Affrontò con impegno l'indisciplina degli alunni, la fiacchezza dell'insegnamento, l'anarchia del personale e il disordine amministrativo. Vennero istituite nuove materie, tra cui anatomia e studio delle piante, e vennero assunti due nuovi insegnanti. Nel 1880 chiese le dimissioni, che vennero inizialmente rifiutate[15], venendo accettate l'anno successivo.[16]

Il 24 ottobre 1881, su proposta del Morelli, ottenne la direzione dei Museo Artistico Industriale di Napoli e diede inizio all'officina di ceramica. Nel 1891 accettò di tornare alla presidenza dell'Istituto di Belle Arti, per un quinquennio, convinto dall'allora ministro della Pubblica istruzione Pasquale Villari. Nel 1896 il suo ruolo di presidente venne rinnovato per altri cinque anni.[6] L'11 settembre 1899 Filippo Palizzi morì a Napoli, all'età di ottantuno anni.

Stile e traduzione grafica

Dopo il diluvio
Rappresenta con il fratello Giuseppe, il primo tentativo di un indirizzo verista nella pittura italiana dell'Ottocento.

Sulla scia della Scuola di Posillipo e di una spontanea inclinazione orientò il suo lavoro verso una dettagliata osservazione del vero.[16]

Fu tra i primi pittori a interessarsi di fotografia e a praticarla, sulla base di conoscenze tecniche molto approfondite. Sappiamo infatti che fin dall'inizio degli anni cinquanta era in grado di preparare da solo le lastre fotografiche e utilizzava normalmente le immagini fotografiche, proprie o di altri, come modello per i suoi dipinti. Dalle sue lettere sappiamo che condivise la pratica con tutti i suoi fratelli.


La primavera, 1868 (Fondazione Cariplo)
Il suo stile, affine a quello del fratello che si formò indipendentemente da lui, si orientò verso una tecnica più minuta e statica, con dipinti di piccole vedute e angoli rustici dei dintorni di Napoli. Fu definito anche "il pittore degli animali".

La fortuna delle opere di Palizzi passò anche attraverso la loro traduzione grafica. I suoi soggetti di animali, fondati sull'osservazione diretta del vero e sulla resa minuta dei corpi, dei manti, degli atteggiamenti, trovarono nell'acquaforte un mezzo particolarmente adatto alla trasposizione del suo segno pittorico.


Francesco Di Bartolo, Asinello, capro e capretto con gallina, da Filippo Palizzi, acquaforte, Collezione Natalia Di Bartolo
Fra gli incisori che tradussero opere di Palizzi ebbe un ruolo Francesco Di Bartolo, autore di acqueforti tratte dai suoi soggetti animali. In queste traduzioni la pittura di Palizzi entrò nel linguaggio della calcografia, conservando la precisione naturalistica dell'immagine e trasformandola in tessitura lineare, chiaroscuro inciso e valore autonomo del segno[17].


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Dettagli

Venduto con cornice
Sì
Venduto da
Proprietario o rivenditore
Artista
Filippo Palizzi (1818-1899)
Titolo dell'opera
Il riposo
Tecnica
Pittura a olio
Firma
Firmato a mano
Paese d’origine
Italia
Condizione
Buone condizioni
Altezza
64 cm
Larghezza
91 cm
Peso
8 kg
Periodo
XIX secolo
ItaliaVerificato
298
Oggetti venduti
100%
Privato

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