Marc Gonz - Neon line XXL no reserve

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Giulia Resti
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Marc Gonz: la materia come territorio di identità

Marc Gonz non pittura: scava.
La sua opera è un’archeologia del gesto, una geologia emotiva fatta di strati, strappi e materia che sembra viva. Sulle sue superfici palpita qualcosa di organico, un battito primigenio che trasforma ogni dipinto in una pelle antica, erosa dal tempo, dalla pressione e dall’insistenza del corpo.
Ogni opera è la traccia di un combattimento tra la mano e ciò che resiste a essere modellato.

La pittura di Gonz non rappresenta: incarna.
In essa, il colore si comporta come un fluido vitale che invade la forma, la dissolve, la ricostruisce e la mette in crisi. Il volto, il paesaggio, la fiamma, l’acqua: tutti gli elementi si confondono in un’alchimia dove la figura e l’ambiente non si distinguono più.
Il ritratto umano lascia di essere identità per diventare materia consapevole, in topografia di emozioni solidificate.

Il suo linguaggio è materiale, tettonico.
Gli impasti grossi generano una texture quasi scultorea, dove il pigmento si ammassa come se la terra volesse ricordare la propria origine. Le gamme cromatiche — verdi acidi, violetto profondi, magenta incandescenti, blues elettrici — non cercano il naturalismo, ma l’impatto emotivo, la vibrazione psichica, generando universi soggettivi carichi di simbolismo.
C’è in essi una volontà di eccesso, di vita che trabocca, di colore che arde dall’interno. Emerse per la sua espressività materica e una tavolozza di colori intensi che sfiorano lo onirico e lo fantastico, invitando a riflettere sull’identità e sulla percezione. L’applicazione della pittura in spesse panne genera texture quasi scultoree, dove il ritratto umano è deconstruito, frammentato e riconfigurato, sfidando i limiti tra figura e astrazione. Questo stile materiale evoca una sensazione di organicità quasi primigenia, dove le forme sembrano emergere dal supporto stesso come se fossero vive, donando allo spettatore un’esperienza tattile anche dalla distanza visiva.

Gonz lavora la superficie come se fosse un territorio sismico: un luogo dove il colore diventa rovina e resurrezione nello stesso tempo. La sua pittura non cerca la bellezza né la forma finita, ma l’istante precedente al crollo, la crepa dove la materia respira.
Le sue texture parlano di terra, di corteccia, di rovina, ma anche di carne, di ferita e di resistenza.

In questa tensione tra distruzione e genesi emerge una poetica contemporanea dell’identità: volti camuffati, decomposti, che funzionano come metafore della frammentazione del sé in un mondo saturo di immagini.
Marc Gonz dialoga con la tradizione dell’espressionismo materico —da Bram Bogart a Barceló—, ma non come erede docile, bensì come creatore di una grammatica propria, una lingua della resistenza che reintroduce peso, densità e presenza nell’era dell’immagine leggera.

In alcune delle sue opere più atmosferiche, la luce —una candela, un riflesso, un bagliore improbabile— agisce come coscienza o memoria.
La scena diventa visionaria, tra l’onirico e lo spirituale: lo spettatore non osserva più, ma viene assorbito da un paesaggio interiore, da una memoria fisica che non sapeva di abitare nel proprio corpo.
Nell’epoca in cui l’arte tende a dissolversi nelle schermate, leggiere e facilmente digeribili, l’opera di Marc Gonz si erge indomabile: densa, organica, irretrattabile.

Elementi come la luce della candela accanto ai ritratti, la duplicità tra figura e ambiente, e l’integrazione della natura, suggeriscono un’esplorazione della coscienza, dell’introspezione e del legame tra l’essere umano e il proprio ambiente. L’apparizione di volti quasi camuffati o decomposti può interpretarsi come una metafora della frammentazione dell’identità nella contemporaneità o del processo di ricostruzione personale.Concetto ed esperienza dello spettatoreConcettualmente, l’opera di Marc Gonz si inserisce nella tradizione della pittura espressionista e materica

La sua pittura continua a odorare di fuoco, di pelle, di mistero.
È una pittura che pesa e respira, che non si accontenta, che continua a ricordarci che l’arte, quando è vera, non adorna: ferisce.
la seva opera s’alça com una presència indomabile: densa, organica, irreductible.

È l’erede di una pittura che non si accontenta. Che rompe. Che pesa. Che respira.

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Marc Gonz: la materia come territorio di identità

Marc Gonz non pittura: scava.
La sua opera è un’archeologia del gesto, una geologia emotiva fatta di strati, strappi e materia che sembra viva. Sulle sue superfici palpita qualcosa di organico, un battito primigenio che trasforma ogni dipinto in una pelle antica, erosa dal tempo, dalla pressione e dall’insistenza del corpo.
Ogni opera è la traccia di un combattimento tra la mano e ciò che resiste a essere modellato.

La pittura di Gonz non rappresenta: incarna.
In essa, il colore si comporta come un fluido vitale che invade la forma, la dissolve, la ricostruisce e la mette in crisi. Il volto, il paesaggio, la fiamma, l’acqua: tutti gli elementi si confondono in un’alchimia dove la figura e l’ambiente non si distinguono più.
Il ritratto umano lascia di essere identità per diventare materia consapevole, in topografia di emozioni solidificate.

Il suo linguaggio è materiale, tettonico.
Gli impasti grossi generano una texture quasi scultorea, dove il pigmento si ammassa come se la terra volesse ricordare la propria origine. Le gamme cromatiche — verdi acidi, violetto profondi, magenta incandescenti, blues elettrici — non cercano il naturalismo, ma l’impatto emotivo, la vibrazione psichica, generando universi soggettivi carichi di simbolismo.
C’è in essi una volontà di eccesso, di vita che trabocca, di colore che arde dall’interno. Emerse per la sua espressività materica e una tavolozza di colori intensi che sfiorano lo onirico e lo fantastico, invitando a riflettere sull’identità e sulla percezione. L’applicazione della pittura in spesse panne genera texture quasi scultoree, dove il ritratto umano è deconstruito, frammentato e riconfigurato, sfidando i limiti tra figura e astrazione. Questo stile materiale evoca una sensazione di organicità quasi primigenia, dove le forme sembrano emergere dal supporto stesso come se fossero vive, donando allo spettatore un’esperienza tattile anche dalla distanza visiva.

Gonz lavora la superficie come se fosse un territorio sismico: un luogo dove il colore diventa rovina e resurrezione nello stesso tempo. La sua pittura non cerca la bellezza né la forma finita, ma l’istante precedente al crollo, la crepa dove la materia respira.
Le sue texture parlano di terra, di corteccia, di rovina, ma anche di carne, di ferita e di resistenza.

In questa tensione tra distruzione e genesi emerge una poetica contemporanea dell’identità: volti camuffati, decomposti, che funzionano come metafore della frammentazione del sé in un mondo saturo di immagini.
Marc Gonz dialoga con la tradizione dell’espressionismo materico —da Bram Bogart a Barceló—, ma non come erede docile, bensì come creatore di una grammatica propria, una lingua della resistenza che reintroduce peso, densità e presenza nell’era dell’immagine leggera.

In alcune delle sue opere più atmosferiche, la luce —una candela, un riflesso, un bagliore improbabile— agisce come coscienza o memoria.
La scena diventa visionaria, tra l’onirico e lo spirituale: lo spettatore non osserva più, ma viene assorbito da un paesaggio interiore, da una memoria fisica che non sapeva di abitare nel proprio corpo.
Nell’epoca in cui l’arte tende a dissolversi nelle schermate, leggiere e facilmente digeribili, l’opera di Marc Gonz si erge indomabile: densa, organica, irretrattabile.

Elementi come la luce della candela accanto ai ritratti, la duplicità tra figura e ambiente, e l’integrazione della natura, suggeriscono un’esplorazione della coscienza, dell’introspezione e del legame tra l’essere umano e il proprio ambiente. L’apparizione di volti quasi camuffati o decomposti può interpretarsi come una metafora della frammentazione dell’identità nella contemporaneità o del processo di ricostruzione personale.Concetto ed esperienza dello spettatoreConcettualmente, l’opera di Marc Gonz si inserisce nella tradizione della pittura espressionista e materica

La sua pittura continua a odorare di fuoco, di pelle, di mistero.
È una pittura che pesa e respira, che non si accontenta, che continua a ricordarci che l’arte, quando è vera, non adorna: ferisce.
la seva opera s’alça com una presència indomabile: densa, organica, irreductible.

È l’erede di una pittura che non si accontenta. Che rompe. Che pesa. Che respira.

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Dettagli

Artista
Marc Gonz
Venduto con cornice
No
Venduto da
Direttamente dall’artista
Edizione
Originale
Titolo dell'opera
Neon line XXL no reserve
Tecnica
Pittura a olio
Firma
Firmato, Firmato a mano
Paese d’origine
Spagna
Anno
2024
Condizione
Eccellenti condizioni
Altezza
120 cm
Larghezza
100 cm
Peso
10 kg
Raffigurazione/Tematica
Natura
Stile
Espressionismo astratto
Periodo
2020+
SpagnaVerificato
18
Oggetti venduti
Privato

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