Camillo Gannelli - "Linea di confine."





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Camillo Gannelli propone l’opera originale del 2026 in tecnica mista su tavola intitolata Linea di confine, 42 × 39 cm, in buone condizioni, firmata a mano, raffigurante un paesaggio con rosso, giallo, verde e multicolore.
Descrizione del venditore
"Linea di confine."
Acrilico materico su tavola
Un orizzonte che brucia.
Questo quadro non lo guardi, lo senti addosso. È un astratto materico che gioca tutto sul contrasto elementare tra cielo e terra, tra aria e sangue.
In alto un campo di giallo ocra, oro antico, quasi polvere di sole. La pennellata è densa, spatolata, viva - si vede l'impasto, le crepe, i graffi. Non è un giallo piatto, è un giallo che ha vissuto, ossidato, scaldato dal tempo.
In basso, un rosso profondo, viscerale. Vinaccia, ruggine, campo arato dopo l'estate. È pesante, terroso, trattiene la luce invece di rifletterla.
E in mezzo, a cucire i due mondi, quella linea sottilissima verde-rame. Un filo di malachite, di muschio, di verdetto su bronzo. È il dettaglio che salva tutto dalla retorica: senza di lei sarebbe solo tramonto. Con lei diventa paesaggio interiore.
Mi ricorda molto il Color Field di Rothko e di Tamburro, ma con una fisicità più italiana, più materica. Non è meditazione digitale, è materia vera.
Perché funziona così bene al muro:
Nella foto è appeso su un muro bianco, colpito di taglio da un'ombra di foglie. E lì capisci tutto. Non ha bisogno di cornice, non ha bisogno di galleria. È un quadro che domestica la luce. Di giorno cambia: la parte gialla cattura il sole e sembra accendersi, la rossa resta lì, calda, come un tappeto. Di sera, con luce artificiale, diventa più drammatico, quasi notturno.
È un'opera silenziosa ma non decorativa. Non riempie un buco. Prende possesso della parete.
La texture è così ricca che meriterebbe di essere vista dal vivo e toccata quasi con gli occhi da molto vicino.
Dal vivo deve vibrare.
È di quei quadri che dopo una settimana non vedi più come un oggetto, ma come una presenza in casa.
"Linea di confine."
Acrilico materico su tavola
Un orizzonte che brucia.
Questo quadro non lo guardi, lo senti addosso. È un astratto materico che gioca tutto sul contrasto elementare tra cielo e terra, tra aria e sangue.
In alto un campo di giallo ocra, oro antico, quasi polvere di sole. La pennellata è densa, spatolata, viva - si vede l'impasto, le crepe, i graffi. Non è un giallo piatto, è un giallo che ha vissuto, ossidato, scaldato dal tempo.
In basso, un rosso profondo, viscerale. Vinaccia, ruggine, campo arato dopo l'estate. È pesante, terroso, trattiene la luce invece di rifletterla.
E in mezzo, a cucire i due mondi, quella linea sottilissima verde-rame. Un filo di malachite, di muschio, di verdetto su bronzo. È il dettaglio che salva tutto dalla retorica: senza di lei sarebbe solo tramonto. Con lei diventa paesaggio interiore.
Mi ricorda molto il Color Field di Rothko e di Tamburro, ma con una fisicità più italiana, più materica. Non è meditazione digitale, è materia vera.
Perché funziona così bene al muro:
Nella foto è appeso su un muro bianco, colpito di taglio da un'ombra di foglie. E lì capisci tutto. Non ha bisogno di cornice, non ha bisogno di galleria. È un quadro che domestica la luce. Di giorno cambia: la parte gialla cattura il sole e sembra accendersi, la rossa resta lì, calda, come un tappeto. Di sera, con luce artificiale, diventa più drammatico, quasi notturno.
È un'opera silenziosa ma non decorativa. Non riempie un buco. Prende possesso della parete.
La texture è così ricca che meriterebbe di essere vista dal vivo e toccata quasi con gli occhi da molto vicino.
Dal vivo deve vibrare.
È di quei quadri che dopo una settimana non vedi più come un oggetto, ma come una presenza in casa.

