N. 98831057

Ludovico Mazzanti (1686–1775) - Suicidio di Lucrezia
N. 98831057

Ludovico Mazzanti (1686–1775) - Suicidio di Lucrezia
LUDOVICO MAZZANTI
(Roma, 1686 – Viterbo, 1775)
Suicidio di Lucrezia
Olio su tela, cm. 101,5 x 76,5
NOTE: Pubblicazione catalogo opere della collezione Intermidiart. Certificato di Garanzia e Lecita Provenienza. Bibliografia: Immagini del tempo passato. Una raccolta toscana di dipinti antichi, a cura di Marco Fagioli e Francesca Marini, Capalbio, Palazzo Collacchioni, 28 agosto - 11 settembre 2005, Aión, Firenze, 2005, pp. 58, 59, n. 19, illustrato. Opera senza cornice:
Ringraziamo il Prof. Stefano Causa per aver suggerito l'attribuzione a Ludovico Mazzanti (Roma, 1686 – Viterbo, 1775) con comunicazione scritta ai proprietari.
Presentiamo nel catalogo dell’asta un interessante dipinto ad olio su tela di buona qualità, ove illustra una delle scene più note legate alla figura di Lucrezia, in particolare l’interpretazione crudamente drammatica del momento del suicidio.
Già ritenuta ascrivibile all'ambito napoletano e vicina alla cerchia di Giacomo Cestaro per tradizione orale, e successivamente inserito – dal mercato antiquario – nel repertorio di opere annesse alla bottega di Giovan Battista Crespi detto "il Cerano" (1573-1632), e reso noto – come capolavoro e con certezza – dallo storico Stefano Causa con la corretta assegnazione a Ludovico Mazzanti (Roma, 1686 – Viterbo, 1775), accompagnato da una scheda critica, ove scrive:
“ … In ottime condizioni questo impressivo quadro di storia romana concerne l’acme di un soggetto narrato da Tito Livio. Figlio di Tarquinio il Superbo, Sesto Tarquinio aveva violentato la moglie di Collatino, minacciandola, se non avesse ceduto, di uccidere un servo mettendole il cadavere affianco. Incapace di sopravvivere al disonore, Lucrezia decide di farla finita. In una fiorita cromatica di rossi, verdi e ocra l’eroina romana, diadema in capo e pendenti alle orecchie, cresce come una grande pianta contro un fondo nero; a tre quarti di figura, illuminata da sinistra dentro uno spazio indeterminato, la giovane donna si è appena trafitta.
Con un’intensificazione, ai limiti dell’espressionismo, della posa e della selezione cromatica Il pittore sceglie di concentrarsi sull’acme del suicidio senza appesantire la scena di ulteriori digressioni; soltanto il sangue dello stiletto, penetrato poco a destra del seno, e colato sul fermaglio biancastro a centro pagina, interrompe la presentazione della veste.
Convocata, ormai vent’anni fa, in una piccola mostra toscana, ma con un’attribuzione non centrata la tela, un apice minore della prima metà del ‘700 riemerge, finalmente, con un’attribuzione e una periodizzazione diverse. Vi salutiamo infatti, non solo una delle più coinvolgenti redazioni della morte di Lucrezia prodotte dalla pittura settecentesca tra Roma e Napoli, ma uno dei più bei dipinti da stanza dell’orvietano Ludovico Mazzanti, maestro nomade di cultura romana.
Ora, se appare francamente irricevibile il riferimento al milieu lombardo di primo ‘600; men che mai al Cerano (cui, probabilmente, ci si sarà indirizzati per l’espressione caricata del viso della donna); va valutato con altro interesse l’avvicinamento tradizionale del dipinto alle officine di Francesco Solimena (1657-1747) e Francesco De Mura (1696-1782); e a Jacopo Cestaro in particolare. Insomma alla scena napoletana. Benché lontano, in stile e in spirito dal lessico peculiare di Cestaro, il dipinto odora effettivamente di cose meridionali in avvio di ‘700 e nulla esclude che Cestaro potesse averne avuto contezza. D’altronde il confronto da noi proposto in calce mostra le assonanze e, insieme, le differenze tra i due maestri giusto alla prova del tema liviano di Lucrezia. Ma torniamo a noi.
L’attribuzione di un dipinto, che tutto lascia credere collocabile nel secondo trentennio del secolo, va arrotondata a favore di questo Mazzanti chiamato a lavorare a Napoli, in età matura, per alcuni siti di grande prestigio: dalla Nunziatella agli stessi Gerolamini. Intercettato monograficamente in un bel lavoro del 1981 di Paola Santucci, Mazzanti, attivo a Napoli nel corso degli anni ’30, è uno dei maestri cruciali anche spiare da vicino gli incrementi di stile e cultura della scena locale sotto le ali dell’aquila imperiale e, dunque, nel trentennio di viceregno austriaco (1707-’34). Ma la storia del pittore è all’insegna del nomadismo e tocca alcuni dei centri principali degli stati centrali preunitari.
Che il dipinto gli spetti procede, senza andare troppo oltre, dal confronto con altre due redazioni dello stesso tema e ugualmente di formato da stanza. La prima appartiene alle collezioni del massimo museo di Los Angeles; la seconda, meno conosciuta, è stata riconosciuta nelle raccolte del Museo Nazionale di Varsavia. Le abbiamo ugualmente illustrate per evidenziare, a colpo, come Mazzanti abbia una cultura fortemente retrospettiva che, in un certo modo, spiega come mai potesse interessare i napoletani settecenteschi. Vi si riconosce, infatti, non solo un umore cromatico che rimonta ancora all’educazione con il genovese Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccio, morto a Roma nel 1709; ma anche la conoscenza più antica di modelli bolognesi della prima metà del ‘600. Altri dipinti da stanza del maestro, riemersi di recente sul mercato, come una Vanitas, che qui abbiamo riprodotto, mostrano lo stesso punto di stile del nostro quadro.
Pittore ad acculturazione intensiva e teso al recupero di alcuni stile seicenteschi, Mazzanti è maestro molto più importante di quanto non si creda e meriterebbe di salire nella stime e nella conoscenza. Orvietano di partenza ma formatosi a Roma (dove si trasferisce nel 1700 in punto, a quindici anni), lascia diverse opere nell’Umbra nativa. Ma è chiaro che sono le opere romane in Sant’Andrea al Quirinale e in Sant’Ignazio a Roma, prima commissione importante dell’ordine gesuitico all’altezza del 1720, ad avergli consegnato il lasciapassare per una piena affermazione professionale. Egli diverrà accademico di San Luca nel 1744 e pastore arcade con la denominazione di Oropito Teoclideo. Non meno rilevante e fecondo il soggiorno viterbese tra il 1731 e il ’32; ma è il viaggio a Napoli del 1733 che fu risolutivo, anche per gli incrementi della scena locale, negli anni di maestri come Solimena tardo, Giacomo del Po e Francesco De Mura. E nulla lo indica meglio del confronto, ai livelli più alti, in quella specie di sacrario del rococò europeo costituito dalla chiesa napoletana della Nunziatella, dove Mazzanti fu impegnato tra il 1736 e il ’39 (cit. scheda critica Prof. Stefano Causa).
L'opera si rivela, infatti, una preziosa aggiunta al catalogo del pittore orvietano, ed è databile al quarto decennio del Settecento – durante il soggiorno partenopeo – per alcuni stringenti confronti con le tele – alcuni già citati nella scheda – dello stesso periodo a Napoli, come la Giuditta e Oloferne della Collection Motais de Narbonnedel, realizzato nel 1740 ed oggi conservato nella collezione della Fondazione Bemberg, Tolosa, in cui si ritrovano gli stessi tipi fisiognomici e la stessa dinamica plasticità dei panneggi.
In merito al suo stato conservativo, la tela si presenta in condizioni generali discreti considerando l'epoca del dipinto. La superficie pittorica si presenta in patina, e non mostra difficoltà di lettura. Il supporto è stato rintelato. Si notano – a luce di Wood – alcuni piccoli restauri sparsi e qualche leggera svelatura e ossidazione della superficie pittorica, nulla comunque di veramente rilevante. A luce solare è visibile un fine craquelé rapportato all'epoca. Le misure della tela sono cm. 101,5 x 76,5. Il dipinto viene ceduto senza cornice, nonostante risulta impreziosito da una bella cornice.
Provenienza: Coll. privata
Pubblicazione:
Inedito;
Immagini del tempo passato. Una raccolta toscana di dipinti antichi, a cura di Marco Fagioli e Francesca Marini, Capalbio, Palazzo Collacchioni, 28 agosto - 11 settembre 2005, Aión, Firenze, 2005, pp. 58, 59, n. 49, illustrato.
I Miti e il Territorio nella Sicilia dalle mille culture. INEDITA QUADRERIA catalogo generale dei dipinti della collezione del ciclo “I Miti e il territorio”, Editore Lab_04, Marsala, 2025.
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